Emissioni di protossido di azoto da parte del settore agricolo: la Cina è il primo inquinatore

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La Cina è il paese che ha contribuito maggiormente alle emissioni di protossido di azoto (un importante gas serra) nell’ambiente da parte del settore agricolo, con emissioni pari a 347 milioni di tonnellate equivalenti di CO2 nel 2005. Seguono gli Stati Uniti, il Brasile e l’India, ovvero quattro grandi paesi agricoli. La Francia è l’unico paese europeo presente nella lista.

La metà del carbone consumato sul pianeta va in Cina

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La Cina, nel 2011 ha consumato quasi la metà del carbone consumato globalmente (49,4%), ovvero una quantità pari a 1.839,4 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio del combustibile fossile più inquinante di tutti. Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti, con una quota pari al 13,5% del totale, seguiti da India (7,9% del totale) e Giappone (3,2% dei consumi mondiali).

Nell’ultimo decennio c’è stato un vero e proprio boom del consumo di carbone dei paesi emergenti asiatici, con la Malaysia che ha visto aumentare il proprio consumo del 406%, l’Indonesia del 161%, la Cina del 155%, l’India del 104% e la Turchia del 76%.

C’è stata invece una flessione dei consumi di carbone dei paesi sviluppati (Canada -36%, Regno Unito -21%, Repubblica Ceca -9,5%, Germania -9%) e della Russia (-11%).

Emissioni industriali di N2O: dominano i paesi emergenti

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Le emissioni di protossido di azoto per il solo settore industriale, nel 2005 sono state pari a 1.142 milioni di tonnellate equivalenti di CO2 per i paesi a reddito medio-alto (tra cui la Cina e il Brasile), 813 milioni per i paesi a reddito alto, 687 milioni per quelli a reddito medio-basso (tra cui l’India e l’Indonesia) e 209 milioni per i paesi a reddito basso (in gran parte paesi dell’Africa Sub-Sahariana).

Il protossido di azoto (N2O) è un gas serra e quindi responsabile dei cambiamenti climatici in corso.

La crescita esponenziale delle emissioni di CO2 della Cina

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La Cina è il principale inquinatore al mondo e come si può vedere dal Grafico, la crescita delle emissioni di anidride carbonica del gigante asiatico dal 1960 al 2008 hanno assunto una crescita esponenziale con l’entrata nel nuovo millennio (e nel WTO nel 2001).

Seguono gli Stati Uniti, l’India (le cui emissioni sono andate crescendo nel periodo consdierato), la Russia, il Giappone e la Germania.

Stima sulla crescita delle emissioni di CO2 fino al 2025

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La previsione sulla crescita delle emissioni di anidride carbonica (CO2) dal 2000 al 2025 per il nostro pianeta sono piuttosto allarmanti. La stima più difensiva parla di un aumento del 40%, quella più pessimistica del 90% (mentre il Protocollo di Kyoto si era imposto come obiettivo la generale riduzione, inizialmente per i paesi sviluppati, per poi estenderla anche ai paesi emergenti).

Per l’India la stima più pessimistica parla di un aumento del 230%, per il Messico del 220%, mentre per la Cina (il più grande inquinatore al mondo) del 170%. La stima più ottimistica dei 15 paesi dell’Unione Europea prevede una crescita nulla delle emissioni del principale inquinante responsabile dei cambiamenti climatici cui stiamo andando incontro.

I paesi del Nord America riforniscono di legumi India e Pakistan

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Il Nord America (USA e Canada) è il principale esportatore al mondo di legumi (la soia non è rientra nel gruppo dei legumi in questo caso, ma nelle colture oleaginose), con quasi 5 milioni tonnellate di export netto nel 2009, seguito dai paesi del Sud-Est asiatico (Indonesia, Filippine, Thailandia, Viet Nam, eccetera), con 1,34 milioni di tonnellate.

L’Asia Meridionale (India, Pakista, Bangladesh), con oltre 5 milioni di tonnellate di import netto, è invece il maggiore importatore netto di legumi. Africa Meridionale e America Caraibica devono importare circa la metà di quanto consumato internamente.

Sud-Est asiatico e Sud America producono gli oli vegetali (di soia, colza, palma da olio) per tutto il mondo

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Solamente il 23% delle colture oleaginose (soia, semi di girasole, olive, palma da olio, colza, eccetera) vengono commercializzate all’estero e sono destinate per il 77% ad essere trasformate in olio vegetale.

Il principali esportatori netti di oli vegetali sono i paesi del Sud-Est asiatico (nel Borneo si produce la maggior parte dell’olio di palma), con quasi 37 milioni di tonnellate di export netto (pari al 388% del consumo interno), seguono i paesi del Sud America, con 6,8 milioni di esportazioni nette di oli vegetali, pari al 79% del consumo interno.

I maggiori importatori di oli vegetali sono anche in questo caso i paesi dell’Asia Orientale (Cina, Giappone e Corea), con 12,7 milioni di tonnellate di import netto (pari al 38% del fabbisogno interno), ma anche quelli dell’Asia Meridionale (India, Pakistan e Bangladesh), con 12,4 milioni di tonnellate di importazioni nette (ed una dipendenza dall’estero per il 56% dei consumi interni) e dell’Europa Occidentale, con 3,3 milioni di tonnellate di importazioni nette (pari al 28% del fabbisogno interno).

America Caraibica (81% del consumo interno), Africa Orientale (72% del consumo interno) e Nord Africa (69% del consumo interno) sono le regioni più dipendenti dalle importazioni estere di oli vegetali.

I paesi dell’Asia e del Pacifico consumano più dei 2/3 del carbone

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I paesi dell’Asia e del Pacifico, oltre ad essere i maggiori produttori al mondo di carbone (col 65% dell’intera produzione mondiale), ne sono anche i maggiori consumatori, con una quota paria al 69% del totale.

Il carbone consumato dal Nord America ammonta al 14% del totale, mentre quello di Europa ed Eurasia al 13% (di cui il 46% dall’Unione Europea). La Cina, nel 2011 ha consumato quasi la metà del carbone consumato globalmente (49,4%), ovvero una quantità pari a 1.839,4 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti, con una quota pari al 13,5% del totale, seguiti da India (7,9% del totale) e Giappone (3,2% dei consumi mondiali).

I paesi ricchi investono di più in ricerca, ma la Cina continua ad aumentare il peso della spesa in R&S

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L’incidenza della spesa in ricerca e sviluppo (pre-requisito per avere una ricerca tecnologica efficace in grado di migliorare la competitività e quindi garantire la crescita di lungo termine per un paese) per alcuni dei principali paesi.

Come si può notare, l’attività di ricerca e sviluppo acquisisce una grande importanza nei paesi con un reddito alto (Giappone, USA, Unione Europea), che investono oltre l’1,5% del proprio reddito in ricerca e sviluppo. Da notare la crescente importanza che per la Cina ha assunto la spesa in ricerca e sviluppo a partire dalla fine degli anni Novanta: con una crescita del pil di circa 10 punti percentuali all’anno, la Cina è riuscita ad investire in ricerca una quota sempre maggiore di risorse, pari all’1,44% nel 2007 (gli ultimi dati disponibili).

Ecco la lista di chi detiene le maggiori riserve di carbone

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Gli Stati Uniti detengono le maggiori riserve di carbone, pari a 237.295 milioni di tonnellate, ovvero il 27,6% del totale mondiale. Seguono la Russia, con 157.010 milioni di tonnellate (il 18,2% del totale), la Cina, con 114.500 milioni di tonnellate (il 13,3% del totale) e l’Australia, con 76.400 milioni di tonnellate. Il carbone è – fra i tre combustibili fossili gas naturale e petrolio – la fonte energetica più abbondante, con l’indice R/P mondiale paria a 112 (il numero di anni che occorrerebbero per esaurire le riserve attualmente estraibili, data l’attuale produzione).

Dato l’attuale tasso di produzione, la Cina è il paese (fra i primi 10 per riserve accertate di carbone) con il più basso indice R/P, pari a 33 – ovvero il numero di anni che occorrono all’esaurimento delle proprie riserve dato l’attuale livello di produzione.

Fra tutte le fonti energetiche il carbone è in assoluto la più inquinante, sia per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica (responsabili dell’aumento dell’effetto serra), che per le più svariate sostanze tossiche: metalli pesanti come arsenico e mercurio, polveri sottili e ultrasottili, anidride solforosa e biossido di azoto, per citarne solo qualcuno.