Il basso peso percentuale dell’agricoltura nell’economia

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Il peso dell’agricoltura – in percentuale sul prodotto interno lordo – è diminuito un po’ ovunque negli ultimi quarant’anni, a causa della meccanizzazione dell’agricoltura e dal fatto che sempre più addetti sono stati quindi impiegati in altri settori (da quello industriale ai servizi).

Ma emerge “l’alto” peso percentuale che il settore primario ha nei paesi in via di sviluppo (ed in questo caso nei quattro BRIC, ovvero Brasile, Russia, India e Cina), dove rappresenta ancora il 10% circa del PIL. Diversamente, nei paesi più sviluppati (Giappone, USA, Germania, Francia, Regno Unito e Italia) l’agricoltura contribuisce solamente all’1% circa del PIL.

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Europa, Nord America e paesi ex-URSS rappresentano solamente il 18% della popolazione mondiale

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Dal 1960 al 2010, la popolazione mondiale è più che raddoppiata, passando da 3.027 milioni a 6.841 milioni (ma già 7 miliardi a metà 2011), registrando nei cinquant’anni considerati un aumento del 126%.

L’Asia Meridionale (India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, eccetera) pesa per il 23% dell’intera popolazione mondiale, mentre la sola Cina per il 20%. Gli altri paesi dell’Asia Orientale e del Pacifico (Giappone, Indonesia, Filippine, Australia, eccetera) rappresentano il 13% del totale, l’Africa Sub-Sahariana il 12%, l’Europa il 9% come l’America Latina e Caraibica, mentre i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa il 6%, il Nord America il 5% ed infine i paesi dell’ex Unione Sovietica il 4%.

Nel 1985 (a metà dei cinquant’anni considerati), era la Cina la regione più popolata(pesava per il 22%), contro il 21% dell’Asia Meridionale. Anche l’Europa (11%) e i paesi dell’ex-URSS (6%) pesavano di più, mentre c’è stata una vera e propria esplosione demografica in Africa Sub-Shariana, passata da una quota pari al 9%  all’attuale 12% della popolazione mondiale.


[1] Per i numeri imponenti la Cina viene considerata una regione a sé.

L’economia cinese funziona a carbone

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In Cina il carbone contribuisce alla produzione del 70% dell’energia necessaria a mantenere lo stile di vita del paese più popoloso al mondo, ma anche il primo inquinatore e la seconda economia del mondo.

Le rinnovabili rappresentano il 7% dell’intera produzione energetica – soprattutto grazie al contributo dell’immensa diga delle Tre Gole -, mentre il petrolio pesa per solamente il 18% del totale (la motorizzazione del paese non è ancora ai livelli dei paesi sviluppati). Da notare il basso peso percentuale del nucleare (solamente l’1%), nonostante la Cina sia praticamente l’unico paese che ha attualmente in progetto di costruire nuove centrali nucleari.

Si impenna la spesa militare mondiale dell’ultimo decennio

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Con lo sfaldamento del blocco sovietico e la fine della Guerra Fredda abbiamo assistito ad un iniziale diminuzione della spesa militare mondiale -diminuita di oltre 1/3 nel decennio che va dal  1988 al 1998.

Ma a partire dal 1998, c’è stato un cambio di mentalità e così abbiamo assistito ad un forte incremento della spesa militare mondiale, che ha registrato un rialzo del 63% (superando quindi – a valori costanti, che cioé non tengono in considerazione l’inflazione– i livelli della guerra fredda), pari ad un aumento annuo di 630 miliardi di dollari. 

L’aumento della spesa militare mondiale è un sintomo dell’acuirsi delle frizioni internazionali per l’accaparramento delle sempre più rare e strategiche risorse naturali.

In Brasile la più ampia biodiversità al mondo

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Il Brasile è il paese che presenta la più ampia biodiversità, con un indice GEF pari a 100 (cioé presenta un potenziale massimo per quanto riguarda la biodiversità). Seguono altri grandi paesi come gli Stati Uniti, con un valore pari a 94, l’Australia, con un valore pari ad 88 e l’Indonesia con un indice GEF pari a 81.

Tra i primi venti paesi al mondo per quanto riguarda questo indice, che calcola i benefici derivanti della biodiversità di un paese (calcolata dal numero di specie presenti, il loro stato di minaccia e la diversità degli habitat presenti), ci sono solamente cinque paesi sviluppati (USA, Australia, Giappone, Canada e Nuova Zelanda).

E’ quindi evidente che per preservare la biodiversità del pianeta occorre agire soprattutto nei paesi emergenti, che di norma si trovano ad avere gran parte del loro territorio nelle zone tropicali del pianeta.

Si impenna la produzione di pasta di legno degli ultimi cinquant’anni

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La pasta di legno (in gergo tecnico “wood pulp”) è la materia prima necessaria a produrre carta e pannelli di carta e di conseguenza la produzione ha seguito il trend del prodotto finito (anche se si trova a competere con altre fibre e l’utilizzo di carta riciclata), registrando un notevole aumento negli ultimi 50 anni, pari al 173% e raggiungendo nel 2010 la cifra di 168 milioni di tonnellate di pasta di legno prodotta.

Nord America ed Europa, nel 2010 hanno prodotto quasi i 2/3 dell’intera produzione mondiale di pasta di legno. Gli Usa sono il principale produttore (ed anche consumatore) di pasta di legno, con una produzione che nel 2010 è stata di 50 milioni di tonnellate, seguiti da Canada, con 19 milioni di tonnellate e Brasile, con 14 milioni di tonnellate.

La Cina è il paese che nel 2010 ha importato la maggior quantità di pasta di legno, pari a 12 milioni di tonnellate, mentre il Canada è stato il principale esportatore di pasta di legno, con 9,34 milioni di tonnellate, seguito da Brasile (8,79 milioni di tonnellate) e Stati Uniti (con 7,88 milioni di tonnellate).

Ecco i primi quindici paesi per numero di abitanti

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La Cina è il paese più popolato al mondo, con una popolazione che nel 2010 era pari a 1.338 milioni di abitanti. Seguono l”India, l’altro gigante asiatico, con 1.171 milioni di abitanti e gli Stati Uniti, con 309 milioni di abitanti. Da notare che tra i primi quindici paesi per popolazione troviamo solamente tre paesi sviluppati, ovvero USA, Giappone e Germania.

Russia, Giappone e Germania presentano un tasso di crescita naturale annuo (numero di nati meno numero di morti) negativo, mentre sono africani i paesi con il più alto tasso di crescita naturale, ovvero Nigeria (+2,55%) ed Etiopia (+2,22%).

Russia, Brasile e Stati Uniti sono i paesi con la più bassa densità di abitanti, rispettivamente pari a 7, 23 e 34 abitanti per chilometro quadrato, mentre Bangladesh, India e Giappone sono i paesi con la più alta densità di abitanti (considerando i primi quindici per popolazione), rispettivamente pari a 1.142, 394 e 350 abitanti per chilometro quadrato.

Il petrolio è la principale fonte energetica dei paesi ricchi

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Il petrolio è la principale fonte di produzione energetica nei paesi OCSE (in prevalenza paesi sviluppati, con l’aggiunta di Messico, Ungheria e Turchia), con il 38% del totale dell’energia prodotta, seguita dal gas naturale, con il 25%, il carbone, con il 20%, il nucleare con il 9%, l’idroelettrico con il 6% e infine le altre fonti rinnovabili (geotermico, eolico, solare, biocarburanti, eccetera), con il 2%.

Per i paesi sviluppati i combustibili fossili rappresentano l’83% della produzione energetica, ovvero quattro punti percentuali meno della media mondiale (pari all’87%).

A rischio d’estinzione le specie degli ecosistemi tropicali

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I paesi che si trovano negli ecosistemi tropicali sono quelli in cui sono più a rischio di estinzione specie animali (i dati disponibili si limitano ad uccelli, pesci e mammiferi) e vegetali (piante) – anche se occorre tenere presente che queste stime sono piuttosto prudenti e mettono in luce solamente gli esemplari per cui esiste una nutrita documentazione, mentre molte specie animali o vegetali si estinguono senza nemmeno essere state catalogate.

Solamente gli Stati Uniti (il primo paese per numero di specie di pesci minacciate e settimo per il numero di uccelli minacciati), Nuova Zelanda (il decimo paese per numero di specie di uccelli minacciate) e Cina (presente in tutte e quattro categorie, ma il cui territorio è diviso tra un ecosistema tropicale e temperato) sono i paesi che hanno una gran parte del loro territorio in un clima temperato. CinaIndonesia compaiono in tutte e quattro le categorie e non è un caso, sono entrambi grandi paesi caratterizzati da una diffusa e differenziata biodiversità, ma minacciata  da una popolazione molto numerosa e dal rapido e implacabile sviluppo economico che stanno sperimentando. Compaiono tre volte paesi come India, Brasile, Perù, Madagascar; mentre per due volte Stati Uniti, Tanziania, Camerun, Messico, Malaysia ed Australia.

La globalizzazione e la delocalizzazione dell’industria nei paesi emergenti

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Dal 1970 al 2010 abbiamo assistito ad una generale diminuzione del peso percentuale dell’industria nelle economie dei principali paesi sviluppati (passato dal 35%-45% del 1970 a valori intorno al 20-25% del 2010). Fra i paesi sviluppati, gli Stati Uniti sono il paese in cui il settore secondario pesa meno, seguito dai quattro paesi più importanti d’Europa (Germania, Francia, Regno Unito e Italia) e il Giappone.

Diversamente, i quattro BRIC (Brasile, India, Russia e Cina), hanno registrato un incremento dell’industria nella propria economia negli ultimi decdenni, passata dal 35% circa del PIL del 1970 al 40% circa del 2010.

La diminuzione del peso percentuale del settore industriale nei paesi sviluppati testimonia ciò che è accaduto negli ultimi anni a causa della globalizzazione, ovvero la deindustrializzazione dei paesi ricchi e lo spostamento delle produzioni manifatturiere più inquinanti o dove la manodopera incide di più nei paesi emergenti, dove esiste una legislazione ambientale e di protezione dei diritti dei lavoratori molto più blanda.