Meno di 1/6 della popolazione mondiale detiene più della metà del reddito mondiale

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La Banca Mondiale divide i 193 stati del nostro pianeta in quattro gruppi a seconda del reddito pro-capite (in questo caso del prodotto nazionale pro capite): paesi a reddito alto, ovvero i paesi con un reddito annuo maggiore o uguale a 12.276 dollari, paesi a reddito medio-alto, ovvero i paesi con un reddito fra 3.976 e 12.275 dollari, paesi a reddito medio-basso, ovvero i paesi con un reddito fra 1.006 e 3.975 dollari ed infine paesi a reddito basso, ovvero quelli con un reddito uguale o inferiore a 1.005 dollari.

I paesi ad alto reddito rappresentano – in termini di pil PPA costante del 2005 – quasi la metà (cioè il 48%) del contributo alla crescita del PIL annuo mondiale nel periodo che va dal 1980 al 2010. Seguono i paesi a reddito medio-alto (tra cui la Cina), con una quota pari al 36% del maggior valore della produzione creato nel 2010 rispetto al 1980. I paesi a reddito medio-basso (tra cui l’India) hanno invece contribuito al 14% dell’incremento del PIL annuo mondiale nel periodo considerato ed infine quelli a basso reddito per l’1% .

I paesi a reddito alto rappresentano il 55,19% del PIL mondiale del 2010 (con il 16,57% della popolazione), quelli a reddito medio-alto il 31,61% (ed il 36% della popolazione), quelli a reddito medio-basso l’11,92% (ed il 35,90% della popolazione ed infine quelli a reddito basso l’1,35% (e l’11,53% della popolazione mondiale).

Non si tratta certo di una distribuzione egualitaria della ricchezza materiale prodotta globalmente.

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Il Venezuela protegge oltre la metà della propria superficie terrestre

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Il Venezuela è il paese con la maggior parte della superficie protetta (avendo quindi costituito un gran numero di parchi e riserve naturali), pari al 53,75% del totale. Tra i paesi “grandi!, seguono poi la Groenlandia e la Germania, rispettivamente con il 40,50% ed il 40,47%.

Considerando invece la superficie marina protetta, troviamo al primo posto la Guinea Bissau, con il 45,82% della superficie marina protetta, ed è seguita da Groenlandia, Germania e Romania, rispettivamente con il 36,52%, il 36,29% ed il 33,24% della propria area marina che è protetta.

La produzione di legno come combustibile è legata all’aumento demografico dei paesi più poveri

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La produzione di tondame ad uso combustibile dal 1961 al 2010 è stata costante ed ha seguito un trend crescente, registrando un aumento del 25%.

Il 54% del legno utilizzato come combustibile viene prodotto da Africa, Medio Oriente ed Asia Meridionale, regioni in prevalenza sottosviluppate. Nel 2010, il primo produttore di tondame ad uso combustibile era l’India, con una produzione pari a 309 milioni di m3, seguita da altre due paesi molto popolati, Cina e Brasile, rispettivamente con una produzione pari a 189 e 143 milioni di m3.

Per il 2010, il maggior importatore di legno utilizzato come combustibile è stata l’Italia, con 952 mila m3, mentre il maggior esportatore è stata la Lettonia (1.329 mila m3).


[1] In tutto il capitolo sul legname, i dati sui singoli paesi produttori, importatori ed esportatori di prodotti forestali provengono dal Forest Product Yearbook 2010, realizzato dalla FAO.

La Cina domina la produzione mondiale di materie prime minerarie

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La Cina è il più grande produttore al mondo di materie prime minerarie, con una produzione pari a 489 milioni di tonnellate nel 2009 – ovvero il 24% del totale. Il dragone cinese detiene una quota pari al 25% della produzione mondiale di minerali ferrosi (come ad esempio ferro, manganese o cromo), del 19% di quelli non ferrosi (come ad esempio bauxite, rame o piombo), del 24% di quelli industriali (come ad esempio sale, gesso o zolfo) e del 13% di quelli preziosi (come ad esempio oro, argento o platino).

Al secondo posto troviamo l’Australia, con una produzione pari a 339 milioni di tonnellate di minerali e metalli (ed il 28% del totale di minerali non ferrosi). Seguono poi Brasile, India, Stati Uniti e Russia, rispettivamente con 235, 193, 110 ed 86 milioni di tonnellate di produzione di minerali e metalli.

La Germania è l’unico paesi dell’Unione Europea fra i primi quindic i produttori al mondo di materie prime minerarie e si trova all’undicesimo posto (dietro l’Iran), con 32 milioni di tonnellate, tutte provenienti dai minerali industriali.

La quasi totalità delle riserve petrolifere si trovano nei paesi non-OCSE

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Le riserve mondiali di petrolio che sono state accertate nel 2011 sono pari a 1.652,6 miliardi di barili di petrolio (un barile di petrolio equivale a 159 litri o 136,4 chilogrammi) o 234,3 miliardi di tonnellate. Di queste, il 48% si trova in Medio Oriente, il 20% in America Latina e Caraibica, il 12% in Nord America, il 9% in Europa ed Eurasia (di cui, solo il 4,7% in Unione Europea), l’8% in Africa ed il 3% in Asia e nel Pacifico.

E’ importante notare che la quasi totalità delle riserve di petrolio mondiali si trovano nei paesi non ancora sviluppati (i paesi non-OCSE detengono una quota pari all’86% del totale).

Esistono ancora ampi margini di sfruttamento per le falde acquifere (non contaminate)

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Una delle possibili risposte ai problemi legati alla scarsità d’acqua è rappresentata da un maggior sfruttamento (dove è ancora possibile) delle falde acquifere. Le falde acquifere sono diffuse abbastanza uniformemente in tutte le regioni del nostro pianeta e questo ha permesso che sorgessero insediamenti umani, anche importanti, in regioni aride e senza acqua (come in molte zone del Medio Oriente).

In molte regioni, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite[1], la quantità d’acqua delle falde freatiche potrebbe risolvere molti dei problemi legati alla mancanza d’acqua. Infatti, solo una piccola parte dell’acqua che viene prelevata ogni anno proviene dalle falde acquifere (il 26% del totale), con la conseguenza che in molte regioni esiste effettivamente un buon margine di sfruttamento dell’acqua sotterranea. Nell’America Centrale e Caraibica i maggiori margini di sfruttamento, mentre è l’Asia il continente dove le falde freatiche sono maggiormente sfruttate (il 30% dell’acqua utilizzata nel continente proviene da sotto terra).

Per contro, c’è da sottolineare che la qualità e la quantità di acqua proveniente dalla falde acquifere che sarà effettivamente sfruttabile è in diminuzione, a causa della crescente contaminazione con sostanze inquinanti provenienti dall’attività dell’uomo (dai pesticidi ai metalli pesanti, passando per i rifiuti radioattivi).


[1] Managing Water under Uncertainty and Risk. The United Nations World Water Development Report 4 (2012). Vedi http://www.unwater.org

Le dieci aziende più capitalizzate al mondo valgono quanto il PIL tedesco

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A marzo 2012, secondo il Financial Times, la società più capitalizzata al mondo (fra quelle quotate sui mercati finanziari) era l’americana Apple, con un valore pari a 559 miliardi di dollari (più di tutta l’economia sudafricana o belga), seguita da Exxon Mobil, con una capitalizzazione di mercato paria a 409 miliardi di dollari e PetroChina, con un valore di mercato pari a 279 miliardi di dollari.

Le prime dieci aziende del nostro pianeta valgono 2.863 miliardi di dollari, quasi quanto tutti i beni ed i servizi prodotti dagli 82 milioni di tedeschi. Il settore energetico è quello più rappresentato fra le prime dieci aziende del mondo (con Exxon Mobil, PetroChina, Royal Dutch Shell e Chevron).

La classifica delle prime dieci aziende al mondo per capitalizzazione serve a farci riflettere sul peso che una singola azienda può avere nell’economia mondiale, un peso e un’importanza maggiore di quello dell’intero prodotto interno lordo di alcuni fra i più importanti paesi.

I paesi ricchi i più grandi consumatori di cereali, destinati a diventare mangimi per gli animali

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Europa, Nord America ed Oceania (le tre regioni più ricche, con il 12% della popolazione mondiale) sono i maggiori consumatori al mondo di cereali (insieme rappresentano il 28% del totale), inoltre, le tre regioni più ricche del nostro pianeta sono anche quelle dove c’è stato il maggior incremento in termini assoluti dei consumi annui di cereali tra il 2000 ed il 2009 (in soli nove anni il consumo annuo delle tre regioni è aumentato di 104 milioni di tonnellate, quello mondiale di 314 mondiali), registrando un aumento dei consumi interni del 21%.

I paesi dell’Asia Meridionale e del Sud-Est asiatico (che rappresentano il 33% della popolazione mondiale) , pesano per il 22% dei consumi mondiali di cereali del 2009 e tra il 2000 ed il 2009 hanno visto aumentare il proprio consumo annuo di cereali di 80 milioni di tonnellate (ovvero il 26% dell’incremento mondiale del consumo annuo di cereali per lo stesso periodo). I paesi dell’Africa Sub-Sahariana (che rappresentano il 12% della popolazione mondiale) sono quelli che hanno maggiormente aumentato il consumo annuo di cereali nei primi nove anni del nuovo millennio (+37%), in larga parte grazie al forte incremento demografico registrato da questi paesi nel primo decennio del nuovo millennio, con la popolazione che è aumentata del 28%.

Le tre regioni più ricche destinano una quota importante del consumo annuo di cereali a fini non alimentari: il 45% dei cereali consumati in Nord America, il 59% di quelli consumati in Oceania ed il 61% di quelli consumati in Europa, vengono destinati alla produzione di mangimi destinati agli allevamenti di bovini, suini, pollame, ovini e caprini. L’utilizzo dei cereali come cibo per gli animali allevati è abbastanza correlato con il reddito di una regione (oltre con le abitudini alimentari), così ad esempio, i paesi dell’Asia Meridionale e del Sud-Est asiatico, hanno utilizzato solamente il 10,5% dei cereali consumati nel 2009 per la produzione di mangimi, quelli dell’Africa Sub-Sahariana il 12%, mentre i paesi dell’Asia Orientale o del Medio Oriente e del Nord Africa, rispettivamente il 33% ed il 29%. La maggior parte dell’orzo e del mais consumato mondialmente vengono destinati  alla produzione di mangimi (rispettivamente il 65% ed il 55%), mentre una quota minoritaria di grano (il 18%) e di riso (il 6%) sono destinati alla produzione di mangimi.

Ecco da quali fonti energetiche dipendono i vari settori dell’economia mondiale

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Il settore dei trasporti (inteso come trasporto di persone e merci su strada, ferrovia, aria, acqua e gasdotti/oleodotti) dipende per il 95,2% dai combustibili liquidi (prodotti derivati dal petrolio e biocombustibili) e per il 3,7% dal gas naturale.

Il settore residenziale (inteso come consumo di energia da parte di famiglie ed individui) deriva il 40,2% dalla propria energia dal gas naturale (utilizzato per il riscaldamento, per lavarsi e cucinare), il 31,3% dall’elettricità, il 19% dai combustibili liquidi e l’8,5% dal carbone.

L’energia necessaria a garantire l’attuale sviluppo a livello mondiale del settore commerciale (cioè tutte quelle istituzioni private e pubbliche che forniscono servizi a famiglie, imprese e settore pubblico) proviene per il 49,1%  dall’energia elettrica, il 29,5% dal gas naturale ed il 16,4% dai combustibili fossili.

Il settore industriale dipende per il 28,9% dai combustibili liquidi, il 26% dal carbone, il 23% dal gas naturale, il 14,6% dall’elettricità ed infine il 7,4% dalle fonti rinnovabili (idroelettrico, geotermico, solare ed eolico).

E’ importante notare che, a livello mondiale, il 52% dell’energia è stata consumata dal settore industriale, il 26% da quello dei trasporti, il 14% dal settore residenziale e l’8% da quello commerciale.

Quali sono i paesi con la maggior e la minor quantità d’acqua dolce rinnovabile per abitante

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La Guyana Francese è il paese al mondo con la maggior quantità di acqua dolce rinnovabile per abitante, con 580.087 m3 nel 2008. Seguono l’Islanda, con 531.250 m3, la Guyana, con 319.629 m3 e il Suriname, con 232.381 m3.

I paesi che invece dispongono della minor quantità di acqua rinnovabile per abitante sono gli Emirati Arabi Uniti, con 19,97 m3 all’anno per ogni abitante, il Qatar, con 32,97 m3 per abitante, le Bahamas, con 58,31 m3 per abitante e lo Yemen, con 87,31 m3 per abitante.