La maggior parte del legname è destinato a diventare combustibile

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Il tondame (detto “roundwood”) è la materia prima alla base dell’industria del legno e proviene dal taglio o l’attività di recuperato di tronchi d’albero (tondame), la cui provenienza è l’attività della selvicoltura (gestione di una superficie forestale per lo sfruttamento del legno) o il taglio di foreste (spesso primarie).

Il tondame può poi essere utilizzato come combustibile (legna da ardere, cippato, carbone di legna, eccetera) o ad uso industriale. La produzione mondiale di tondame del 2010 è stata pari a 3.405 milioni di m3, in aumento del 3,46% rispetto al 2009.

La maggior parte del tondame è destinato a diventare combustibile (nel 2010 1.868 milioni di m3, ovvero il 55% del totale), mentre dei 1.537 milioni di m3 destinati ad uso industriale, la maggior parte – nel 2006, il 60% secondo la FAO è destinato alla produzione di legname segato (“sawnwood”) e pannelli a base di legno (“wood based panels”) -, mentre la parte restante verrà utilizzata per fare pasta di legno, necessaria per la produzione di carta e pannelli di carta.

L’India è il primo consumatore al mondo di tondame ad uso combustibile, mentre gli Stati Uniti sono il primo consumatore al mondo di tondame ad uso industriale. La Cina è invece il primo consumatore al mondo di pannelli a base di legno (rappresenta il 34% dei consumi mondiali del 2010).

La Cina e gli USA sono i paesi che hanno maggiormente bisogno dello spazio bioproduttivo al di fuori dei propri confini

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Nel mondo, non tutti i paesi hanno la stessa impronta ecologica e questo dipende dai diversi consumi di risorse naturali della propria popolazione (i paesi ricchi ad esempio consumano più energia e quindi necessitano di una maggiore superficie forestale per assorbire l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera) e dal numero di abitanti. L’impronta ecologica totale, insieme alla fortuna o meno di disporre di un buon capitale naturale (in termini di foreste, terreni da coltivare, mari pescosi, eccetera) andrà a decretare un deficit o surplus netto di spazio bioproduttivo di un paese.

Il Brasile è il più grande creditore al mondo di capacità biologica, con una riserva di 1.282 milioni di “ettari globali” di spazio bioproduttivo non utilizzato dai propri abitanti. Seguono la Russia, con 318 milioni di “ettari globali”, poi Canada, Argentina ed Australia, rispettivamente con una riserva di spazio produttivo di 283, 175 e 170 milioni di “ettari globali”.

La Cina è invece il più grande debitore al mondo di superficie bioproduttiva: nel 2008 ha avuto bisogno di 1.714 milioni di “ettari globali” di superficie al di fuori dei propri confini per mantenere la propria economia in crescita e la più grande popolazione del pianeta. Seguono gli Stati Uniti, che, pur disponendo della terza superficie al mondo più estesa (dopo Russia e Canada) e di una popolazione di poco più di 300 milioni di abitanti, si trovano ad aver un deficit interno di 1.015 milioni di “ettari globali”di  capacità biologica. Al terzo posto troviamo l’India (con un deficit di 461 milioni di “ettari globali”), seguita da Giappone (-453 milioni di “ettari globali”) e Germania (-216 milioni di “ettari globali”). 

Se per

Gli ultimi decenni hanno visto scendere l’inflazione in un po’ tutti i paesi

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A partire dagli anni Settanta abbiamo assistito all’abbassamento del tasso di inflazione per tutti i paesi, compresi quelli ricchi, che negli anni Settanta avevano un’inflazione media superiore al 10%, mentre ora sono ben al di sotto del 5%.

I paesi più poveri hanno sperimentato fenomeni di iper-inflazione, anche di recente, ma a partire dagli anni Duemila hanno visto diminuire l’inflazione.

Esplodono i consumi di soia e olio di palma per i paesi dell’Asia Orientale (Cina in testa)

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Il 73% dell’incremento mondiale annuo dei consumi di colture oleaginose (soia, palma da olio, olive, colza, eccetera) tra il 2000 ed il 2009 proviene da Asia Orientale – ovvero Cina, Giappone e Corea (per 39 milioni di tonnellate), America Latina e Caraibica (per 31 milioni di tonnellate) e dai paesi dell’Asia Meridionale e del Sud-Est asiatico (per 28 milioni di tonnellate). Queste regioni,  nel periodo considerato hanno visto aumentare i propri consumi annui rispettivamente del 52%, 50% e 34%.

Il 77% delle colture oleaginose vengono trasformate in olii vegetali, destinati per il 56% ad utilizzi alimentari e per il 44% ad utilizzi non alimentari (ad esempio nell’industria della cosmesi).

L’olio di palma (proveniente dalle forste primarie del Borneo) è il principale olio vegetale (con una quota pari al 28% del consumo mondiale di oli vegetali), seguito dall’olio di soia (con una quota pari al 25% ed il 46% delle colture oleaginose), l’olio di colza pesa per il 15% del consumo mondiale di oli vegetali, quello di girasole per il 9% ed infine  quello di oliva per il 2%.

La contaminazione dell’acqua con inquinanti chimici mette a rischio la salute umana

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La contaminazione dell’acqua con sostanze chimiche dannose per la salute umana può avvenire sia per cause naturali (ad esempio tramite la presenza di arsenico nell’acqua potabile), che per cause legate all’attività dell’uomo (ad esempio con la presenza nell’acqua di pesticidi, rifiuti industriali, quali piombo, cromo o mercurio e via dicendo).

Queste sostanze inquinanti che hanno contaminato l’acqua, entrano nell’organismo umano attraverso il consumo diretto (per cucinare o per bere) ed indiretto (tramite il cibo) dell’acqua contaminata e possono provocare danni permanenti al cervello – in particolare al sistema neurologico –, ma anche al sangue, ai reni e ai polmoni.

L’assunzione di acqua contaminata con l’arsenico porta al malfunzionamento degli organi interni ed aumentano il rischio di contrarre tumori, mentre secondo le Nazioni Unite, nel mondo, 130 milioni di persone consumano acqua con livelli di arsenico superiori alla soglia massima stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (vedi http://www.unwater.org).

Gli inquinanti chimici dell’acqua che maggiormente minacciano la popolazione sono piombo, mercurio, cromo, arsenico, pesticidi e radionuclidi (utilizzati nella radio-chimica e nella chimica nucleare). Sono infatti molte le persone che vivono in luoghi dove l’acqua utilizzata per gli usi civici è inquinata (anche se questi sono dati approssimati per difetto perché soprattutto nei paesi non ancora sviluppati non sono state effettuate sufficienti analisi).

Il tantalio (uno dei due minerali che compongono il COLTAN) è la causa della terribile situazione in cui versa il Congo

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Il picco della produzione di tantalio è stato raggiunto nel 2004, quando ha raggiunto la cifra di 1.430 tonnellate, a cui è però seguito un declino, principalmente dovuto alla temporanea chiusura delle miniere di Wodgina e Greenbushes in Australia (chiusura temporanea per manutenzione, voluta per contrastare il crollo del prezzo del tantalio a partire dal nuovo millennio). Il prezzo di una tonnellata di tantalio ha superato i 500.000 dollari nel 2001.

La domanda di tantalio proviene prevalentemente dall’industria dell’elettronica, dove viene utilizzato soprattutto per produrre i condensatori al tantalio (di ridotte dimensioni e di miglior qualità rispetto a quelli in alluminio), impiegati in tutti i prodotti di consumo portatili (cellulari, computer, elettronica per l’automobile, eccetera).

Ruanda e Repubblica Democratica del Congo hanno prodotto il 60% della produzione mondiale di tantalio del 2009 (ma nel 2002 era l’Australia che ne produceva il 60% dell’intera produzione mondiale). Il Brasile pesa invece per il 20% della produzione mondiale, mentre il resto proviene da Malaysia e Canada.

Tantalio e columbite sono meglio conosciuti come COLTAN, il famoso minerale responsabile della distruzione dell’habitat del gorilla in R.D. Congo, delle terribili condizioni di lavoro in cui i minatori sono costretti a lavorare e della guerra civile nella regione.c


[1] Chiusura temporanea per manutenzione, voluta per contrastare il crollo del prezzo del tantalio a partire dal nuovo millennio).

Il boom del valore aggiunto dell’industria dei quattro BRIC mette in pericolo il primato degli USA

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Gli ultimi quarant’anni hanno praticamente sempre visto crescere il valore aggiunto del settore secondario, almeno in una prospettiva di lungo termine, ma quello che balza subito all’occhio da una rapida occhiata del grafico è la crescita esponenziale del valore aggiunto dell’industria nei quattro BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) a partire dai primi anni Duemila – ovvero quando la Cina è entrata a far parte dell’OMC e siamo quindi entrati nella fase più avanzata della globalizzazione economica.

Gli Stati Uniti rimangono comunque il primo paese al mondo per quanto riguarda il valore aggiunto prodotto dall’industria. Infatti, da soli gli USA valgono più dell’intera produzione delle prime quattro economie europee – cioè Germania, Francia, Regno Unito ed Italia – o delle quattro economie emergenti più importanti, Cina compresa no del Giappone).

Il maggior incremento dei consumi di latte e latticini proviene dai paesi asiatici

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I paesi dell’Asia Meridionale e del Sud-Est asiatico (India, Indonesia, Thailandia, eccetera) sono quelli che hanno maggiormente contribuito all’aumento annuo del consumo mondiale di latte (considerato come prodotto primario, si considerano quindi anche i prodotti derivati e nel conteggio si tiene conto del latte necessario alla produzione di formaggi, yogurt, e via dicendo) fra il 2000 ed il 2009 (pari a 126 milioni di tonnellate), grazie ad un incremento del consumo annuo di latte pari a 46 milioni di tonnellate, ovvero il 36% dell’incremento mondiale .

Seguono poi i cinque paesi dell’Asia Orientale (Cina, Giappone, Mongolia e le due Coree), che nel 2009 hanno avuto bisogno di ulteriori 29 milioni di tonnellate di latte in più rispetto al 2000 per sopperire al proprio consumo interno, che è più che raddoppiato in soli 9 anni (+104%).

Europa, Nord America ed Oceania sono ancora i maggiori consumatori al mondo di latte, con 231 milioni di tonnellate (pari ad 1/3 del consumo totale del 2009), anche se dal 2000 al 2009, il consumo annuo di latte è aumentato del  4%, contro il 22% della media mondiale. Anche in questo caso, i paesi dell’Africa Sub-Sahariana sono quelli che hanno maggiormente incrementato il consumo annuo di latte, nel 2009 più alto di 7 milioni di tonnellate rispetto al 2000 (+43%).

Negli ultimi 50 anni, ogni abitante del pianeta ha visto diminuire del 78% la superificie bioproduttiva a disposizione

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L’impronta ecologica pro-capite (un indicatore, che permette di calcolare l’utilizzo di risorse da parte degli uomini rispetto alla capacità del nostro pianeta di rigenerarle) si è mantenuta più o meno stabile negli ultimi cinquant’anni (intorno ai 2,7 ettari globali per persona), mentre è diminuita la capacità biologica disponibile per ogni abitante del nostro pianeta: nel 1961 era di 3,2 ettari globali, nel 2008 era 1,8 ettari globali, questo significa che abbiamo assistito a una diminuzione pari al 78% della superficie bioproduttiva in soli quarantasette anni.

Nel mondo, non tutti i paesi hanno la stessa impronta ecologica e questo dipende dai diversi consumi di risorse naturali della propria popolazione (i paesi ricchi ad esempio consumano più energia e quindi necessitano di una maggiore superficie forestale per assorbire l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera) e dalla fortuna o meno di disporre di un buon capitale naturale (in termini di foreste, terreni da coltivare, riserve ittiche, eccetera).

Cina, Stati Uniti, India e Giappone sono i paesi che hanno accumulato i maggiori deficit di capacità biologica pro-capite – cioé hanno fatto ricadere il proprio impatto ambientale sugli altri paesi.

Gli americani sono ancora i più grandi consumatori di petrolio al mondo

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Nonostante la flessione degli ultimi dieci anni (-4,1%), gli Stati Uniti sono ancora il paese che consuma la maggior quantità di petrolio al mondo, ovvero 6.875 milioni di barili nel 2011, pari al 21,4% del consumo globale. Al secondo posto c’è la Cina, con 3.562 milioni di barili di petrolio consumati nel 2011, ovvero l’11,1% del totale, seguita dal Giappone, con un consumo pari a 1.613 milioni di barili di petrolio e l’India, con un consumo pari a 1.268 milioni di barili di petrolio.

A guidare il forte aumento dei consumi di petrolio dei paesi emergenti c’è la Cina, che dal 2001 al 2011 ha visto raddoppiare il proprio consumo di petrolio. Seguono (fra i 20 maggiori consumatori di petrolio) gli incrementi a doppia cifra dell’Arabia Saudita (+76%), di Singapore (+69%), India (+52%) e Thailandia (+35%).

In flessione il consumo di petrolio dal 2001 al 2011 dei paesi sviluppati, con l’Italia a guidare i ribassi (-23%), seguita dal Giappone (-18%), la Germania (-15%) e la Francia (-14%).