L’ecatombe di animali registrata dal 1970 al 2008 è dovuta all’attività dell’uomo

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Considerando la variazione del Living Planet Index, l’indice elaborato dal WWF che dal 1970 effettua campioni su popolazioni di specie di vertebrati differenti (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci) in tutto il mondo per valutarne la numerosità e quindi lo stato di salute degli ecosistemi in cui vivono, ha registrato dal 1970 al 2008 una flessione negativa del 28%.

Significa quindi che l’attività dell’uomo (inquinamento, urbanizzazione e costruzione di infrastrutture, agricoltura ed allevamento intensivi, disboscamento, erosione del suolo, pesca intensiva e caccia, costruzione di grandi dighe, eccetera) sta aumentando le pressioni sulle popolazioni di animali, che si stanno assottigliando sempre di più. Esistono però marcate differenze fra gli ecosistemi tropicali (comprese fra il Tropico del Cancro ed il Tropico del Capricorno) e quelli temperati. Infatti, l’indice che misura la numerosità delle popolazioni animali negli ecosistemi tropicali è diminuito del 61% dal 1970 al 2008, mentre quello relativo agli ecosistemi temperati ha mostrato (in controtendenza) una variazione positiva del 31%.

Se, ad un primo impatto, almeno quest’ultima sembra essere una notizia positiva, occorre però precisare che il WWF non dispone di dati anteriori al 1970 e, considerando che quasi tutti i paesi ricchi si concentrano nell’emisfero Boreale (ed in particolare nei climi più temperati), non possiamo certo sapere quali siano state le perdite registrate nelle popolazioni e nelle specie animali quando questi paesi si sono industrializzati ed hanno iniziato le pratiche dello sfruttamento intensivo della terra, tramite deforestazione ed agricoltura intensiva (tutto questo è successo in larga parte prima del 1970). Infatti, nei paesi sviluppati, una parte della grande ricchezza creata è stata indirizzata all’istituzione di parchi ed aree marine protette, per cercare di salvare il salvabile dopo che lo sviluppo economico ha distrutto gran parte dell’habitat originario (foreste primarie dell’Europa, praterie nordamericane, eccetera).

La popolazione terrestre di animali fra il 1970 ed il 2008 è aumentata del 5% negli ecosistemi temperati, mentre si è praticamente dimezzata in quelli tropicali (-44%). Nei mari degli ecosistemi temperati c’è stato un consistente aumento della popolazione animale (+53%), ma nei mari tropicali, il 63% della materia vivente è stata distrutta in neanche 40 anni. Se nelle acque dolci dei climi temperati si è potuto registrare un discreto incremento delle popolazioni animali, che hanno mostrato un +36% (ad esempio con la reintroduzione della lontra), in quelle dei climi tropicali c’è stata una vera e propria ecatombe: il 70% degli animali che abitavano questi ecosistemi nel 1970 sono spariti per sempre. Dal 1970 al 2008, in America Latina e Caraibica, la popolazione animale si è dimezzata, nell’Africa Sub-Sahariana ne è sparito oltre un terzo, nelle regioni del Pacifico e nell’Asia al di sotto dell’Himalaya (una delle zone più densamente popolate al mondo), se ne sono andati i due terzi della popolazione di animali presente quarant’anni fa.

Questo è il prezzo da pagare per il progresso e l’industrializzazione.

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