Ecco la lista dei 20 maggiori produttori di petrolio al mondo

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L’Arabia Saudita è il principale produttore al mondo di petrolio, con 4.074 milioni di barili di produzione nel 2011 (ovvero il 13,4% del totale), seguita dalla Russia, con 3.752 milioni di barili di produzione, gli Stati Uniti, con 2.862 milioni di barili prodotti e l’Iran, con 1.577 milioni di barili prodotti nel 2011.

Fra i 20 maggiori produttori di petrolio al mondo, i paesi che nell’ultimo decennio hanno maggiormente aumentato la propria produzione troviamo Angola (+135%), Qatar (+129%), Kazakistan (+112%) e Brasile (+64%). Regno Unito (-56%), Norvegia (-40%), Indonesia (-32%), Messico (-18%) e Venezuela (-13%) hanno invece diminuito la propria produzione di petrolio dal 2001 al 2011.

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Negli ultimi 40 anni abbiamo assistito al rallentamento della crescita del PIL e della popolazione mondiale

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Dal 1970 al 2010, il tasso di crescita del PIL mondiale si è (quasi) sempre mantenuto al di sopra del tasso di crescita della popolazione, indicando quindi un aumento della produzione aggregata (e quindi della ricchezza) maggiore rispetto a quello della popolazione. Si può però anche notare un trend discendente per entrambe le variabili considerate; la crescita media della popolazione è passata dal 2% del 1970 all’1% circa del 2010 (dimezzata in quarant’anni), così come di può scorgere un trend decrescente del PIL, che dal 1970 ha iniziato a rallentare la propria crescita a livello globale.

Il rallentamento dei tassi di crescita del pil mondiale è un processo iniziato dagli anni Settanta e dovuto ad una serie di cause, fra cui l’andamento decrescente dei benefici dovuti all’aumento della produttività apportato dalle tecnologie della II Rivoluzione Industriale (energia elettrica, automobile, telefono) e gli alti costi delle materie prime (in particolare del petrolio, con i due shock petroliferi degli anni Settanta).

 

Ecco quali sono i primi dieci paesi per surplus e deficit pro-capite di capacità biologica

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La capacità biologica pro-capite è un indice che è stato calcolato dagli scienziati che hanno creato il concetto di impronta ecologica, ovvero la quantità di spazio bioproduttivo, cioé di campi, foreste e zone pescose di un determinato paese al netto dei consumi interni.

In questa particolare classifica, troviamo al primo posto il Gabon (con 26,9 ettari di surplus di capacità biologica disponibile per ogni suo abitante), al secondo posto la Bolivia (15,8 ettari a testa) e il Congo (11,1 ettari a testa) al terzo posto. In linea teorica questi paesi, dato il territorio in cui vivono e l’impatto della propria popolazione, avrebbero ancora un ampio margine di sfruttamento del territorio. Ai primi posti troviamo anche grandi paesi come Canada, Australia e Brasile.

I paesi con il più alto deficit pro-capite di spazio bioproduttivo sono invece i piccoli paesi del Golfo Persico (Qatar, Kuwait, E.A.U.) produttori di petrolio, ma anche piccoli paesi come Singapore, Belgio o Paesi BAssi. Questi paesi dovrebbero ridurre la propria impronta ecologica pro-capite, perché stanno scaricando sul resto del pianeta il proprio impatto ambientale, in termini di consumo di risorse naturali.

Il grano è la principale coltura, il mais quello con la maggior resa e la soia quella che ha registrato il maggior incremento dal 2000 al 2010

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E’ il grano la principale coltura del nostro pianeta, con un’estensione pari a 217 milioni di ettari (nel 2010). Seguono mais, con 162 milioni di ettari, riso, con le risaie che occupano 154 milioni di ettari e soia, con 102 milioni di ettari.

Delle prime quindici colture per estensione, la soia è quella che ha maggiormente incrementato la propria estensione tra il 2000 ed il 2010, registrando un incremento del 38%, la superficie destinata alla coltivazione del mais è aumentata del 18%, mentre quella destinata alla produzione di grano è aumentata “solamente” dell’1%. In diminuzione la superficie destinata alla coltivazione dei cereali più poveri come il miglio (-5%) e il sorgo (-1%) e delle patate (-7%).

Il mais è il cereale che garantisce in media il maggior rendimento, con 5,2 tonnellate di prodotto per ettaro, seguito dal riso, con 4,4 tonnellate per Ha e dal grano, con 3 tonnellate per Ha.

Sudamerica, Africa Sub-Sahariana, Cina, Russia e USA: ecco dove ci sono le più grandi disuguaglianze

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Per capire il livello di disuguaglianza all’interno di un paese, si considera la distribuzione (percentuale) del reddito di un paese fra la popolazione, che viene divisa in un certo numero di quantili, cioè parti uguali. Quando una piccola parte della popolazione possiede una parte molto consistente del reddito di quel paese, vi sarà molta iniquità, quando invece il reddito viene distribuito fra la popolazione in modo piuttosto omogeneo, vi sarà equità.

Dalla distribuzione del reddito interno del campione dei venti paesi considerati, emerge che i paesi del Sudamerica, dell’Africa Sub-Sahariana, la Cina, il Qatar, la Russia, la Turchia e gli Stati Uniti, presentano le maggiori disuguaglianze interne, con l’indice Gini sopra quota 40.

E’ il Sud Africa il paese con la maggior iniquità interna (fra i 21 considerati), con il 10% della popolazione più ricca che possiede quasi il 60% del reddito prodotto dal paese (nel 2006), mentre il 10% più povero si deve accontentare di solo l’1,07% del reddito prodotto. Anche in Cina (ricordiamo, paese ufficialmente comunista), le disuguaglianze interne rimangono comunque alte: il 10% più ricco possiede il 31,4% del reddito, quello più povero il 2,37%. Gli Stati Uniti – il paese più ricco al mondo -, presentano contrasti interni piuttosto alti: ha un indice Gini pari a 40,81 ed il 10% più ricco detiene quasi un terzo del reddito prodotto dagli Usa, mentre a quello più povero spetta l’1,88% del pil americano (dati del 2000).

Dal campione analizzato, paesi caratterizzati da una buona equità sociale sono invece quelli europei (la Germania ha un indice Gini pari a 28,31, l’Italia al 36,03, la Polonia 34,21, la Spagna al 34,66), alcuni del Medio Oriente e Nord Africa (l’Egitto ha un indice Gini pari a 32,14, l’Iran pari a 38,28), l’Asia Meridionale (l’indice Gini dell’India è 36,8, quello del Pakistan 32,74) e l’Indonesia, con un indice Gini pari a 36,76.

Negli ultimi dieci anni è esploso il prezzo del tungsteno, uno dei metalli più strategici per il futuro

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La Cina è il paese con le maggiori riserve al mondo di tungsteno (pari al 64% del totale) ed è – anche in questo caso –  il principale produttore al mondo di tungsteno, con una produzione pari all’81% del totale nel 2009. Seguono Canada e Russia (entrambi con il 4% della produzione mondiale).

Anche in questo caso, la domanda cinese di tungsteno (il dragone cinese ne consuma un terzo dell’intera produzione mondiale) ha fatto balzare il prezzo di uno dei metalli più strategici per il futuro (la Commissione Europea lo considera “critico” per l’economia europea, mentre Cina, Russia, Giappone e USA hanno adottato una politica di immagazzinamento a fini precauzionali del prezioso metallo).

In soli cinque anni – dal 2003 al 2008 –, il prezzo del tungsteno (in US$ costanti) è aumentato del 245%, contro un incremento della produzione pari al 32%. Il tungsteno è fra i metalli più riciclati (se ne può recuperare il 98%), a causa del suo elevato valore e delle sue caratteristiche intrinseche.

Petrolio, carbone e gas naturale pesano per l’87% dell’energia prodotta mondialmente

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Il petrolio rappresenta la principale fonte energetica primaria e nel 2011 ha prodotto il 33% dal totale dell’energia consumata sul nostro pianeta. Al secondo posto c’è il carbone, che nel 2011 ha prodotto il 30% di tutta l’energia prodotta globalmente, poi il gas naturale, con una quota pari al 24% del totale, l’energia proveniente da fonti rinnovabili, con il 6% del totale proveniente dall’idroelettrico ed il 2% da altre fonti rinnovabili (eolico, solare e fotovoltaico, geotermico, biomasse ed altro), ed infine il 5% del totale proveniente dal nucleare.

Da notare, che i tre combustibili fossili (petrolio, carbone e gas naturale), rappresentano l’87% della produzione energetica mondiale.

Il tasso di disoccupazione s’impenna con la crisi del 2009, soprattutto in Nord America

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Analizzando la serie storica del tasso di disoccupazione per aree geografiche (non sono disponibili dati completi per “Africa Sub-Sahariana”,”Medio Oriente e Nord Africa” e “Sud Asia”), notiamo che la macro-regione “Pacifico ed Asia dell’Est” (tra cui Australia, Cina e Giappone) presenta un tasso di disoccupazione medio inferiore a quello delle altre regioni, ovvero tra il 2% ed il 4%, anche se a partire dai primi anni Novanta in questa regione si è assistito ad un incremento della disoccupazione, il cui tasso naturale attuale sembra essere superiore al 4%.

Da notare il forte incremento della disoccupazione in Nord America nel 2009, in piena crisi finanziaria, anno in cui la disoccupazione di questa regione è stata maggiore di quella di ”Europa ed Asia Centrale”, regione con un tasso di disoccupazione storicamente maggiore di Canada e Stati Uniti, anche se dal 2000 ha iniziato a beneficiare dell’effetto moneta unica in Europa e della ripresa dell’economia russa in Asia Centrale

Continua lo svuotamento dei mari: -51% le catture delle specie minori dal 1988 al 2010

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Se l’andamento delle catture delle specie più pregiate è in pericolo declino (-31% dal 1994 nonostante l’esplosione della domanda), notiamo che non vi è molta differenza per quanto riguarda alcune delle specie di minore valore commerciale. A quanto pare, l’industria della pesca ha già abbondantemente sfruttato anche queste specie.

Palamita, Tonnetto alletterato, Sgombro macchiato, tombarello e via dicendo, sono anch’esse specie sovrasfruttate e le catture di queste “specie minori” sono in declino così come quelle delle “specie maggiori”. Nel 1988, il totale delle catture di queste “specie minori” fu di 147.202 tonnellate, nel 2010 di 71.987, inferiore alla metà di quanto pescato alla fine degli anni Ottanta.

Disponibilità d’acqua: ecco le regioni che avranno i maggiori problemi e quali invece non ne avranno

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Il Sudamerica è la regione che ha a disposizione la maggior quantità di acqua rinnovabile (non considerando le precipitazioni piovose), pari a 12.380 km3, ovvero il 29% del totale, mentre al secondo posto c’è il Nord America, con una quantità pari a 6.077 km3. L’Oceania è invece la regione che ha a disposizione il maggior quantitativo di acqua rinnovabile per persona: la media per ogni abitante è pari a 33.469 km3 all’anno. Al secondo posto c’è il Sudamerica, con in media 32.165 km3 di acque interne disponibili ogni anno per i propri abitanti, mentre al terzo posto c’è l’Europa Orientale (compresa l’intera Federazione Russa), con 21.430 km3 di acqua rinnovabile disponibile per persona.

Nord-Africa, Asia Meridionale ed Asia Occidentale sono le regioni che hanno invece a disposizione il minor quantitativo di acqua rinnovabile per abitante, rispettivamente pari a 286, 1.125 e 1.632 km3 l’anno.