I paesi dell’area euro la principale destinazione delle migrazioni degli ultimi anni

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Nel periodo che va dal 1960 al 2010 il fenomeno delle migrazioni dai paesi più poveri verso quelli più ricchi ha visto aumentare di quasi undici volte le proprie dimensioni (nel 1960 ci sono stati quasi 2 milioni di persone che migrarono verso i paesi ricchi, mentre nel 2010 sono stati quasi 23 di milioni le persone che hanno abbandonato il proprio paese alla ricerca di migliori condizioni di vita).

Le due grandi ondate di migrazioni verso i paesi ricchi sono avvenute fra il 1995 ed il 1990 (+37%) e fra il 2000 ed il 2005 (+51% e quasi 7 milioni di migranti in più nel quinquennio considerato). I paesi dell’area euro sono stati la principale destinazione delle migrazioni fra il 2005 ed il 2010, ricevendo circa 6,3 milioni di immigrati, seguiti dagli Stati Uniti, con quasi 5 milioni di immigrati per lo stesso periodo e da Russia (1,1 milioni), Australia (1,1 milioni), Canada (1 milione), Arabia Saudita (1 milione) e Regno Unito (1 milione).

I paesi che fra il 2000 ed il 2005 hanno visto il maggior numero di emigranti sono India (3 milioni), Bangladesh (2,9 milioni), Pakistan (2 milioni), Cina (1,9 milioni), Messico (1,8 milioni) ed Indonesia (1,3 milioni).

Le migrazioni, quindi riguardano sempre flussi di lavoratori da paesi poveri a paesi con salari migliori. 

Sudamerica, Africa Sub-Sahariana, Cina, Russia e USA: ecco dove ci sono le più grandi disuguaglianze

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Per capire il livello di disuguaglianza all’interno di un paese, si considera la distribuzione (percentuale) del reddito di un paese fra la popolazione, che viene divisa in un certo numero di quantili, cioè parti uguali. Quando una piccola parte della popolazione possiede una parte molto consistente del reddito di quel paese, vi sarà molta iniquità, quando invece il reddito viene distribuito fra la popolazione in modo piuttosto omogeneo, vi sarà equità.

Dalla distribuzione del reddito interno del campione dei venti paesi considerati, emerge che i paesi del Sudamerica, dell’Africa Sub-Sahariana, la Cina, il Qatar, la Russia, la Turchia e gli Stati Uniti, presentano le maggiori disuguaglianze interne, con l’indice Gini sopra quota 40.

E’ il Sud Africa il paese con la maggior iniquità interna (fra i 21 considerati), con il 10% della popolazione più ricca che possiede quasi il 60% del reddito prodotto dal paese (nel 2006), mentre il 10% più povero si deve accontentare di solo l’1,07% del reddito prodotto. Anche in Cina (ricordiamo, paese ufficialmente comunista), le disuguaglianze interne rimangono comunque alte: il 10% più ricco possiede il 31,4% del reddito, quello più povero il 2,37%. Gli Stati Uniti – il paese più ricco al mondo -, presentano contrasti interni piuttosto alti: ha un indice Gini pari a 40,81 ed il 10% più ricco detiene quasi un terzo del reddito prodotto dagli Usa, mentre a quello più povero spetta l’1,88% del pil americano (dati del 2000).

Dal campione analizzato, paesi caratterizzati da una buona equità sociale sono invece quelli europei (la Germania ha un indice Gini pari a 28,31, l’Italia al 36,03, la Polonia 34,21, la Spagna al 34,66), alcuni del Medio Oriente e Nord Africa (l’Egitto ha un indice Gini pari a 32,14, l’Iran pari a 38,28), l’Asia Meridionale (l’indice Gini dell’India è 36,8, quello del Pakistan 32,74) e l’Indonesia, con un indice Gini pari a 36,76.

Con la meccanizzazione dell’agricoltura e l’urbanizzazione della popolazione crolla la natalità

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La diminuzione del tasso di crescita naturale della popolazione è un processo correlato positivamente con il reddito (all’aumentare del reddito diminuisce la natalità).

Il principale motivo di questo fenomeno è dovuto alla meccanizzazione dell’agricoltura (viene meno il bisogno di avere tante braccia in famiglia) e l’avvento di monocolture estensive in genere destinate all’esportazione (almeno per i paesi in via di sviluppo). Questo fenomeno porta alla fine dell’agricoltura di sussistenza intensiba e alla conseguente migrazione della popolazione dalle campagne alle città.

In città, per motivi che sono economico-sociali (alto costo della vita, scarsità degli spazi, impossibilità di portare i figli al lavoro da parte delle madri, eccetera), ma anche culturali (come ad esempio l’affermarsi dell’individualismo), si assiste alla diminuzione del tasso di natalità della popolazione urbanizzata.

Andamento della mortalità infantile negli ultimi ciquant’anni

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La diminuzione della mortalità infantile nei primi mesi di vita, registrato dal 1960 al 2010 in tutte le regioni del pianeta, dipende da migliori condizioni igieniche, un’alimentazione adeguata nei primi anni di vita, un sistema sanitario efficiente e soprattutto la garanzia dell’accesso ad acqua non contaminata.

I paesi a reddito alto hanno una mortalità infantile inferiore all’1%, quelli a reddito medio alto al di sotto del 2%, mentre quelli a reddito medio-basso del 5% circa e quelli a reddito basso del 7% circa (in prevelenza paesi africani).

Cinque fra i quindici paesi più popolati del 2050 saranno africani

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Secondo le stime dei demografi, nel 2015 sul nostro pianeta ci saranno 7,28 miliardi di persone, nel 2025 8 miliardi e nel 2050 avremo raggiunto la strabiliante cifra di 9,31 miliardi di abitanti.

Entro il 2025 l’India sarà il paese più popolato al mondo (con 1,46 miliardi di persone) e l’Africa entro il 2050 avrà cinque fra i quindici paesi più popolati al mondo: Nigeria (390 milioni di abitanti), Repubblica Democratica del Congo (149 milioni di abitanti), Etiopia (145 milioni di abitanti), Tanzania (138 milioni di abitanti) ed Egitto (124 milioni di abitanti).

Oltre a Cina ed India, l’Asia nel 2050 avrà fra i quindici paesi più popolati al mondo anche l’Indonesia (294 milioni di abitanti), il Pakistan (275 milioni di abitanti), il Bangladesh (194 milioni di abitanti) e le Filippine (155 milioni di abitanti).  Gli altri rappresentanti dei primi 15 paesi più popolati del 2050 saranno (oltre agli USA) Brasile, Messico e Russia.

Nonostante tutti i proclami, la globalizzazione ha fatto aumentare il numero di poveri

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Nel 2005 (ultimo dato disponibile alla stesura del libro), 2,55 miliardi di persone vivevano ancora con meno di 2 dollari al giorno (sotto quindi ogni soglia di povertà), ovvero il 40% della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà estrema.

Di questi, la maggior parte si trova in Asia Meridionale (1,09 miliardi, ovvero il 43% dei poverissimi nel mondo), seguita da Pacifico ed Asia Orientale (con 732 milioni, ovvero il 29% del totale) ed Africa Sub-Sahariana (con 550 milioni, ovvero il 22% della popolazione che vive con meno di 2 dollari al giorno).

Dal 1981 al 2005, il numero di persone che nel nostro pianeta vivono con meno di 2 dollari al giorno è aumentato di 19 milioni (per cui si può affermare che dal 1981 al 2005 la povertà non è affatto diminuita), anche se questo dato potrebbe essere molto più grande (nel 1999 c’erano 2,87 miliardi di “poverissimi” nel mondo) se a partire dal nuovo millennio non ci fosse stata la grande crescita economica della Cina (dai 971 milioni di “poverissimi” del 1981 ai 473 milioni del 2005) e delle economie dell’Asia Orientale (dal 1981 al 2005 i paesi del Pacifico e dell’Asia Orientale –  compresa la Cina – hanno visto diminuire del 43% il numero di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno).

Nel periodo considerato, l’Africa Sub-Sahariana si ritrova con una popolazione di “poverissimi” cresciuta del’87%, l’Asia Meridionale del 37%, l’Europa ed i paesi dell’Asia Centrale del 17%, il Medio Oriente ed il Nord Africa del 13%, l’America Latina e Caraibica del 5%, anche se anche in questo caso, almeno per i paesi dell’Europa e dell’Asia Centrale, come per quelli dell’America Latina e Caraibica, dal 1999 al 2005 il numero di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno, si è ridotto rispettivamente del 38% e del 15%. Non è invece diminuito il numero di “poverissimi “ – a partire dal Nuovo Millennio – nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, dell’Asia Meridionale e dell’Africa Sub-Sahariana, rispettivamente incrementato dell’1%, del 5% e del 9%. 

E’ quindi innegabile il fatto che la globalizzazione e questo nuovo paradigma economico hanno portato ad un aumento della povertà nel nostro pianeta, in termini assoluti.

La spesa sanitaria pro-capite dei paesi più poveri è 77 volte più bassa dei paesi ricchi!

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I paesi con un reddito pro-capite elevato non solo si possono permettere migliori condizioni igienico-sanitarie – con il conseguente abbattimento del tasso di mortalità (in particolar modo infantile) –, ma possono anche beneficiare di un’istruzione adeguata, dell’accesso all’elettricità e di una sanità efficiente. Praticamente, il 100% della popolazione dei paesi ricchi ha accesso all’elettricità e la totalità della popolazione che, in età scolastica dovrebbe frequentare una scuola secondaria, la frequenta. Il 99,50% della popolazione sa leggere e scrivere e la spesa sanitaria pro-capite destinata alla sanità è di 4.401 dollari Usa all’anno. Per i paesi più poveri (con un reddito basso), l’elettricità è invece un lusso a beneficio di un’esigua minoranza (nel 2009 solo il 23% della popolazione poteva accedere all’elettricità), così come le scuole secondarie, che vengono frequentate solamente dal 38% della popolazione in età scolastica. Ma, il dato più grave è quello della spesa sanitaria pro-capite annua, che nel 2009 era di soli 57 dollari Usa, più di 77 volte inferiore a quella dei paesi ricchi. E’ chiaro a tutti che in questi paesi le strutture ospedaliere non garantiscono un servizio sanitario decente.

L’aspettativa di vita alla nascita è aumentata grazie alla diminuzione della mortalità infantile

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Negli ultimi cinquant’anni anni abbiamo assistito ad un generale aumento dell’aspettativa di vita alla nascita della popolazione, passata, a livello mondiale dai 53 anni del 1960 ai 69 anni del 2010.

C’è quindi stato un generale allungamento della vita media delle persone sul nostro pianeta, anche se occorre notare che, questo effetto dipende principalmente dalla diminuzione della mortalità infantile nei primi mesi di vita. Migliori condizioni igieniche, un’alimentazione adeguata nei primi anni di vita, un sistema sanitario efficiente e soprattutto la garanzia dell’accesso all’acqua sono le premesse affinché possa calare il tasso di mortalità, in particolar modo di quella infantile.

Tutti questi aspetti sono positivamente correlati con il reddito pro-capite di un paese.

I paesi dell’Asia Meridionale quelli con la più alta quota di popolazione tra gli 0 ed i 14 anni

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Nelle regioni più povere, dove l’agricoltura è ancora poco meccanizzata e quindi una quota consistente di popolazione è ancora occupata nel settore primario, la natalità e più alta, come si può vedere dalla percentuale di popolazione fra gli 0 ed i 14 anni.

Sono i paesi dell’Asia Meridionale quelli con il maggior numero di popolazione compresa fra gli 0 ed i 14 anni, pari al 27% di tutta la popolazione mondiale fra gli 0 ed i 14 anni (ricordiamo che questa regione vanta il 23% dell’intera popolazione mondiale), seguiti dai paesi dell’Africa Sub-Sahariana (con una quota pari al 20%, contro il 12% della popolazione mondiale) e la Cina (con una quota pari al 14% del totale – il paese più popoloso al mondo, con il 20% dell’intera popolazione mondiale, sta però vedendo diminuire la propria crescita demografica a causa della politica del figlio unico voluta ancora da Mao e soprattutto a causa della crescente urbanizzazione).

Le regioni più ricche – con l’Europa che pesa per il 6% della popolazione mondiale fra gli 0 ed i 14 anni (contro il 9% della popolazione mondiale), il Nord America  per il 4% (contro il 5% della popolazione mondiale) e i paesi ex-URSS per il 3% (contro il 4% della popolazione mondiale) – , sono anch’esse in una fase di rallentamento della crescita demografica.

Europa, Nord America e paesi ex-URSS rappresentano solamente il 18% della popolazione mondiale

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Dal 1960 al 2010, la popolazione mondiale è più che raddoppiata, passando da 3.027 milioni a 6.841 milioni (ma già 7 miliardi a metà 2011), registrando nei cinquant’anni considerati un aumento del 126%.

L’Asia Meridionale (India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, eccetera) pesa per il 23% dell’intera popolazione mondiale, mentre la sola Cina per il 20%. Gli altri paesi dell’Asia Orientale e del Pacifico (Giappone, Indonesia, Filippine, Australia, eccetera) rappresentano il 13% del totale, l’Africa Sub-Sahariana il 12%, l’Europa il 9% come l’America Latina e Caraibica, mentre i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa il 6%, il Nord America il 5% ed infine i paesi dell’ex Unione Sovietica il 4%.

Nel 1985 (a metà dei cinquant’anni considerati), era la Cina la regione più popolata(pesava per il 22%), contro il 21% dell’Asia Meridionale. Anche l’Europa (11%) e i paesi dell’ex-URSS (6%) pesavano di più, mentre c’è stata una vera e propria esplosione demografica in Africa Sub-Shariana, passata da una quota pari al 9%  all’attuale 12% della popolazione mondiale.


[1] Per i numeri imponenti la Cina viene considerata una regione a sé.