Commercio di petrolio: deficit e surplus per regioni

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L’Europa (compresi i paesi dell’Europa Centrale (Albania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, ex-Yugoslavia, Ungheria, Polonia, Romania) è la “regione” maggiormente dipendente dall’estero per il petrolio, avendo dovuto ricorrere ad importazioni nette con l’estero per 3.308 milioni di barili di petrolio. Il petrolio diretto all’Europa proviene per il 50% dai paesi dell’ex-URSS (Russia in testa, ma anche Kazakistan e Azerbajigian), per il 21,1% dal Medio Oriente, per il 9,7% dall’Africa Sub-Sahariana e l’8,3% dal Nord Africa.

Gli Stati Uniti – che sono il paese che consuma la maggior quantità di petrolio al mondo –, nel 2011 hanno maturato un saldo netto con l’estero negativo per 3.254 milioni di barili di petrolio. La più grande economia del mondo ha infatti dovuto importare dall’estero quasi la metà (il 47,3%) del petrolio consumato internamente nel 2011, proveniente per il 30,5% da America Latina e Caraibica, per il 24% dal Canada, per il 17,1% dal Medio Oriente e per il 12,2% dall’Africa Sub-Sahariana. Lo sfruttamento del petrolio non convenzionale americano sta portando però a una diminuzione del deficit USA con l’estero.

Anche la Cina – che è il secondo consumatore al mondo di petrolio -, si trova in una situazione analoga a quella degli Usa, avendo (nel 2011) dovuto ricorrere ad importazioni nette per 1.843 milioni di barili di petrolio, pari al 52% del petrolio consumato internamente. La Cina si è approvvigionata (nel 2011) prevalentemente dal Medio Oriente (per il 42% delle importazioni), ma anche dai paesi dell’ex-URSS (per il 14,8%) e dall’Africa Sub-Sahariana (per il 12,9%).

Il Medio Oriente è in assoluto la regione che presenta il maggior surplus netto nel commercio di petrolio, pari a 6.368 milioni di barili.
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Sudamerica, Africa Sub-Sahariana, Cina, Russia e USA: ecco dove ci sono le più grandi disuguaglianze

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Per capire il livello di disuguaglianza all’interno di un paese, si considera la distribuzione (percentuale) del reddito di un paese fra la popolazione, che viene divisa in un certo numero di quantili, cioè parti uguali. Quando una piccola parte della popolazione possiede una parte molto consistente del reddito di quel paese, vi sarà molta iniquità, quando invece il reddito viene distribuito fra la popolazione in modo piuttosto omogeneo, vi sarà equità.

Dalla distribuzione del reddito interno del campione dei venti paesi considerati, emerge che i paesi del Sudamerica, dell’Africa Sub-Sahariana, la Cina, il Qatar, la Russia, la Turchia e gli Stati Uniti, presentano le maggiori disuguaglianze interne, con l’indice Gini sopra quota 40.

E’ il Sud Africa il paese con la maggior iniquità interna (fra i 21 considerati), con il 10% della popolazione più ricca che possiede quasi il 60% del reddito prodotto dal paese (nel 2006), mentre il 10% più povero si deve accontentare di solo l’1,07% del reddito prodotto. Anche in Cina (ricordiamo, paese ufficialmente comunista), le disuguaglianze interne rimangono comunque alte: il 10% più ricco possiede il 31,4% del reddito, quello più povero il 2,37%. Gli Stati Uniti – il paese più ricco al mondo -, presentano contrasti interni piuttosto alti: ha un indice Gini pari a 40,81 ed il 10% più ricco detiene quasi un terzo del reddito prodotto dagli Usa, mentre a quello più povero spetta l’1,88% del pil americano (dati del 2000).

Dal campione analizzato, paesi caratterizzati da una buona equità sociale sono invece quelli europei (la Germania ha un indice Gini pari a 28,31, l’Italia al 36,03, la Polonia 34,21, la Spagna al 34,66), alcuni del Medio Oriente e Nord Africa (l’Egitto ha un indice Gini pari a 32,14, l’Iran pari a 38,28), l’Asia Meridionale (l’indice Gini dell’India è 36,8, quello del Pakistan 32,74) e l’Indonesia, con un indice Gini pari a 36,76.