Nei paesi in via di sviluppo nessuna norma protegge dall’inquinamento delle acque

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Considerando l’inquinamento dell’acqua da sostanza organiche provenienti da scarichi fognari, rifuti industriali e agricoli per lavoratore, troviamo nei primi 15 paesi più inquinanti tutti paesi in via di sviluppo, con al primo posto la Moldova, seguita dal Malawi, il Rwanda e Tonga.

Questo dipende dal fatto che nei paesi del Terzo Mondo non ci sono adeguate norme ambientali e i rifiuti civili e industriali vengono liberamente scaricati nelle acque di fiumi, laghi e mari. Da notare che il 70% dei rifiuti di questi paesi va a finire direttamente nell’ambiente secondo l’UNEP. Anche questo è uno dei prezzi da pagare per la globalizzazione, dato che la maggior parte delle imprese dei paesi ricchi delocalizza perché in assenza di norme di tutela ambientale ottiene un gran risparmio in termini di costi.

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Ecco quali sono le regioni esportatrici e importatrici di latte e derivati

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Oceania (con 18 milioni di tonnellate), Europa Occidentale (con 16 milioni di tonnellate), Europa Orientale (con 5,2 milioni di tonnellate) ed Europa Settentrionale (con 2,8 milioni di tonnellate) sono le principali regioni esportatrici di latte (e prodotti derivati dal latte, in questo caso si considera la materia primaria necessaria alla produzione dei vari prodotti derivati, come formaggi e yogurt).

Europa Meridionale (con 10,2 milioni di tonnellate, tra cui l’Italia), Asia Orientale (con 5,5 milioni di tonnellate), Sud-Est asiatico (con 5,3 milioni di tonnellate), Nord Africa (con quasi 4 milioni di tonnellate) ed America Centrale (con 3,1 milioni di tonnellate) sono i più grandi importatori di latte.

L’Oceania ha un surplus di produzione pari al 213% dei propri consumi, l’Europa Occidentale del 27%, mentre i paesi del Sud-Est asiatico sono quelli maggiormente dipendenti dalle importazioni estere di latte (pari al 57% dei propri consumi interni), seguiti dall’America Caraibica (37% del fabbisogno) e dall’Africa Occidentale (34% del fabbisogno interno).


[1] E prodotti derivati dal latte, in questo caso si considera la materia primaria e non i prodotti derivati.

Anche per quanto riguarda il metano è la Cina il maggior inquinante al mondo

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La Cina, da sola, è l'”area geografica” che ha contribuito maggiormente con le emissioni nell’atmosfera di metano (pari al 19% del totale nel 2005), un gas serra con un potenziale circa 30 volte maggiore rispetto alla CO2. Seguono i paesi dell’America Latina e Caraibica, con il 14% delle emissioni totali e i paesi dell’Asia Meridionale (India, Pakista, Bangladesh), con il 12% delle emissioni totali.

Le principali fonti di metano sono le risaie, la fermentazione del concime organico, la combustione della biomassa, gli allevamenti di bovini, la produzione e la distribuzione di gas naturale e l’estrazione del carbone.

Emissioni industriali di N2O: dominano i paesi emergenti

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Le emissioni di protossido di azoto per il solo settore industriale, nel 2005 sono state pari a 1.142 milioni di tonnellate equivalenti di CO2 per i paesi a reddito medio-alto (tra cui la Cina e il Brasile), 813 milioni per i paesi a reddito alto, 687 milioni per quelli a reddito medio-basso (tra cui l’India e l’Indonesia) e 209 milioni per i paesi a reddito basso (in gran parte paesi dell’Africa Sub-Sahariana).

Il protossido di azoto (N2O) è un gas serra e quindi responsabile dei cambiamenti climatici in corso.

Grassi animali: i paesi occidentali i grandi esportatori

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Nord America (con 1,68 milioni di tonnellate ed un surplus pari al 25% dei consumi interni), Oceania (con 960 mila tonnellate ed un surplus pari al 224% del consumo interno) ed Europa Occidentale (con 820 mila tonnellate ed un surplus pari al 19%) sono i maggiori esportatori al mondo i grassi animali (tra cui il burro), mentre Asia Orientale, America Centrale ed Europa Orientale sono i maggiori importatori netti, rispettivamente con 970, 770 e 391 mila tonnellate.

Africa Occidentale, America Centrale ed America Caraibica sono le regioni con il maggior deficit di produzione di grassi animali, rispettivamente con il 68%, 64% e 62% del fabbisogno interno colmato dalle importazioni dall’estero.

 

I paesi più poveri sono anche quelli dove le concentrazioni di PM10 sono più alte

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Dal 1990 al 2008 abbiamo assistito ad una generale diminuzione della concentrazione di particolato (ed in particolare di PM10, ovvero di particolato inferiore ai 10 micron di diametro e in grado di penetrare direttamente nell’apparato respiratorio e provocare notevoli danni alla salute) nelle aree urbanizzate con più di 100.000 abitanti. Questo è dovuto al miglioramento della tecnologia (e in particolare di automobili e autobus) e alla maggior consapevolezza ambientale e quindi a tutte le misure implementate per abbattere le emissioni di PM10 (ad esempio blocchi del traffico, circolazione a targhe alterne, eccetera). 

I paesi del Medio Oriente e del Nord Africa insieme a quelli dell’Asia Meridionale sono quelli dove l’inquinamento è maggiore, mentre Nord America ed Europa quelli dove l’inquinamento è maggiore. Esiste una correlazione negativa tra reddito e livello di PM10.

 

I cereali sono la commodity agricola più strategica: ecco chi è esportatore e chi invece dipende dall’estero

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I cereali sono in assoluto il prodotto agricolo più importante e strategico: sono il principale alimento dell’umanità (con un apporto calorico medio pari al 46% del totale), ma anche il principale componente dei mangimi destinati agli animali allevati per la loro carne, il latte, le uova e altri prodotti derivati non alimentari (pelle, lana, eccetera). A questo c’è da aggiungere il ruolo sempre più strategico dei cereali (ma anche oli vegetali e canna da zucchero), materia prima per creare biocarburanti, ovvero combustibili (utilizzati ad esempio nel settore dei trasporti) provenienti dalle derrate agricole (l’utilizzo di biocarburanti ha preso piede soprattutto in Nord America ed in Europa).

Nord America (con 93 milioni di tonnellate di export di USA e Canada), Europa Orientale (con 65 milioni di tonnellate di export di Russia, Ucraina, Kazakistan, eccetera), Oceania (con 21 milioni di tonnellate di export di Australia e Nuova Zelanda) ed Europa Occidentale (con 20 milioni di tonnellate di export, guidate dalla Francia) sono i principali esportatori netti di cereali al mondo, mentre Asia Orientale (Cina, Giappone, Corea), Asia Occidentale, Nord Africa (Egitto, Algeria, Libia, eccetera), Europa Meridionale, America Centrale, Africa Orientale ed Asia Meridionale sono i principali importatori netti di cereali (con valori superiori ai 10 milioni di tonnellate).

Le esportazioni nette dell’Oceania ammontano al 133% del proprio consumo interno, quelle dell’Europa Orientale al 39%, quelle del Nord America al 26% e quelle dell’Europa Occidentale al 19%, mentre i paesi dell’Asia Occidentale (Arabia Saudita, Iran, eccetera) sono dipendenti dall’estero per il 45% del consumo interno, quelli del Nord Africa per il 41%.

Emissioni di CO2 per area geografica

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Considerando le emissioni di anidride carbonica per aree geografiche, notiamo che Cina (considerata come “area geografica” a sé. in questo grafico), Nord America ed Europa rappresentano il 57% del totale delle emissioni di CO2, mentre, all’estremo opposto troviamo Africa Sub-Sahariana ed America Latina e Caraibica, dove la prima ha  contribuito per il 2% delle emissioni totali, mentre la seconda per il 6%.

 

Andamento produzione di petrolio dal 1965 ad oggi per area geografica

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Un terzo del petrolio prodotto mondialmente proviene dal Medio Oriente (dove ci sono paesi come Arabia Sausita, Iraq, Iran), un quinto da Europa ed Eurasia (dove si trovano Russia, Kazakistan e Norvegia) ed il 17% dal Nord America, a fronte di un aumento della produzione mondiale dell’ultimo decennio pari all’11,8%.

A partire dal 1965 si può notare il progressivo aumento della produzione di petrolio di praticamente tutte le regioni (Asia e Pacifico, Africa, Medio Oriente, Europa ed Eurasia e anche America Latina e Caraibica), mentre la produzione è rimasta piuttosto costante per il Nord America (USA e Canada).

Sud-Est asiatico e Sud America producono gli oli vegetali (di soia, colza, palma da olio) per tutto il mondo

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Solamente il 23% delle colture oleaginose (soia, semi di girasole, olive, palma da olio, colza, eccetera) vengono commercializzate all’estero e sono destinate per il 77% ad essere trasformate in olio vegetale.

Il principali esportatori netti di oli vegetali sono i paesi del Sud-Est asiatico (nel Borneo si produce la maggior parte dell’olio di palma), con quasi 37 milioni di tonnellate di export netto (pari al 388% del consumo interno), seguono i paesi del Sud America, con 6,8 milioni di esportazioni nette di oli vegetali, pari al 79% del consumo interno.

I maggiori importatori di oli vegetali sono anche in questo caso i paesi dell’Asia Orientale (Cina, Giappone e Corea), con 12,7 milioni di tonnellate di import netto (pari al 38% del fabbisogno interno), ma anche quelli dell’Asia Meridionale (India, Pakistan e Bangladesh), con 12,4 milioni di tonnellate di importazioni nette (ed una dipendenza dall’estero per il 56% dei consumi interni) e dell’Europa Occidentale, con 3,3 milioni di tonnellate di importazioni nette (pari al 28% del fabbisogno interno).

America Caraibica (81% del consumo interno), Africa Orientale (72% del consumo interno) e Nord Africa (69% del consumo interno) sono le regioni più dipendenti dalle importazioni estere di oli vegetali.