A contadini e allevatori spetta sempre meno: cresce la quota di valore che viene assorbita da industria e commercio

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La quota di valore destinato ai produttori agricoli degli Stati Uniti (tra i principali produttori di cereali e carne al mondo) è costantemente diminuita negli ultimi 40 anni. Nel 1970, il 50% di quanto il consumatore pagava al dettaglio per un chilogrammo di carne di suino era destinato all’allevatore di suini, mentre nel 2010 questo valore è diventato il 33% ed il restante 66% viene destinato a tutti quei processi che portano la carne di suino sugli scaffali dei supermercati (trasporto, macellazione e taglio, stockaggio, eccetera) e ai costi di marketing. Lo stesso è accaduto per la carne di bovino.

Per i cereali, il fenomeno è ancora più marcato. Nel 1970, il 16% di quanto pagato dai consumatori finali americani per comprare negli scaffali dei supermercati prodotti a base di grano, riso, orzo, era destinato ai coltivatori di cereali, mentre nel 2010, la quota destinata ai coltivatori di cereali è del 7% (-56%).

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Quasi la metà delle emissioni di CO2 provengono dalla produzione di energia elettrica e di calore

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Il 48% delle emissioni mondiali di CO2 mondiali (del 2008) proviene dalla produzione di energia elettrica e di calore (centrali di generazione elettrica ed impianti di generazione di calore), il 21% dall’industria manifatturiera e da quella del cemento (attraverso la combustione di carburanti nei processi produttivi e anche ove vengano utilizzati per auto produrre energia elettrica o calore), il 19% dal settore dei trasporti (aerei, treni, automobili, bus, moto, eccetera), il 10% dai servizi residenziali, commerciali e pubblici (derivanti dalla combustione di carburanti) ed il 2% da altre attività (ad esempio le attività legate ad agricoltura, silvicoltura, pesca, ma anche l’autoproduzione derivante da attività commerciali e residenziali, eccetera).

Per cui, da questi numeri si può afferrare a pieno la principale fonte del problema, ovvero la generazione di energia elettrica (e calore), che da sola rappresenta quasi la metà delle emissioni mondiali di CO2 . L’altro zoccolo duro di emissioni di CO2 proviene dal settore dei trasporti e dall’industria manifatturiera e delle costruzioni (40%).

 

Destinazione delle terre emerse del pianeta

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La superficie delle terre emerse del nostro pianeta ammontano a 13,46 miliardi di ettari, ma di questi, 456 milioni sono rappresentanti da acque interne (laghi, fiumi, torrenti eccetera), 4,04 miliardi da foreste e boschi (anche se occorre tenere conto che le foreste primarie sono solo un quinto del totale e meno del 10% delle terre emerse del nostro pianeta), 4,89 miliardi da terreni destinati ad usi agricoli (e di questi, 1,38 miliardi di ettari sono terra arabile, 152 milioni colture permanenti, ovvero che non devono essere riseminate ogni anno: esempi sono molti alberi da frutta, il caffè, eccetera e 3,36 miliardi prati e pascoli permanenti) ed infine 4,09 miliardi di ettari sono destinati ad altri usi (zone aride, zone urbanizzate, zone rocciose e scogli e via dicendo).

 

Con la meccanizzazione dell’agricoltura e l’urbanizzazione della popolazione crolla la natalità

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La diminuzione del tasso di crescita naturale della popolazione è un processo correlato positivamente con il reddito (all’aumentare del reddito diminuisce la natalità).

Il principale motivo di questo fenomeno è dovuto alla meccanizzazione dell’agricoltura (viene meno il bisogno di avere tante braccia in famiglia) e l’avvento di monocolture estensive in genere destinate all’esportazione (almeno per i paesi in via di sviluppo). Questo fenomeno porta alla fine dell’agricoltura di sussistenza intensiba e alla conseguente migrazione della popolazione dalle campagne alle città.

In città, per motivi che sono economico-sociali (alto costo della vita, scarsità degli spazi, impossibilità di portare i figli al lavoro da parte delle madri, eccetera), ma anche culturali (come ad esempio l’affermarsi dell’individualismo), si assiste alla diminuzione del tasso di natalità della popolazione urbanizzata.

L’Europa è la regione più produttiva dal punto di vista agricolo, segue la Cina

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Considerando il valore della produzione agricola (compreso l’allevamento di animali) e data la superficie agricola a disposizione, si può ottenere una misura (seppur imperfetta) in grado di valutare la produttività dell’agricoltura di una determinata regione (anche se ovviamente ci si scontrerà anche con fattori esterni ed indipendenti dall’azione dell’uomo, come la qualità dei terreni, il clima e la disposizione di acqua).

L’Europa è la regione più “produttiva” dal punto di vista agricolo, con 1.370 dollari di valore lordo della produzione creato per ogni ettaro che viene destinato alla produzione agricola. Ma l’Europa è anche la regione che dispone (in proporzione) della maggior quantità di terreni arabili e colture permanenti (più produttivi rispetto ai pascoli), pari al 63% del totale della propria superficie agricola.

La Cina è al secondo posto, con un valore lordo della produzione pari a 1.000 dollari per ettaro di superficie agricola (un valore molto alto, considerando che la Cina dispone di una più bassa percentuale di terreni arabili e destinati a colture permanenti, pari al 24% del totale.

Seguono poi il Nord America e gli altri paesi di Asia ed Oceania, con una valore lordo della produzione medio pari a 560 dollari per ettaro di terreno agricolo (con rispettivamente il 46% ed il 41% dei terreni che sono arabili e/o destinati a colture permanenti). L’America Latina e Caraibica, con il 23% dei terreni che sono arabili e/o destinati  a colture permanenti, nel 2010 ha prodotto in media 390 dollari di valore lordo per ettaro di terreno, Medio Oriente e Nord Africa 220 dollari (con la percentuale più bassa di terre arabili e destinate a colture permanenti, pari al 18% del totale), i paesi dell’ex-URSS 200 dollari per ettaro ed infine quelli dell’ Africa Sub-Sahariana 140 dollari per ettaro (quasi dieci volte di meno rispetto alla produttività media dei paesi europei).

I cereali sono la principale coltivazione del pianeta

Diapositiva5I cereali occupano il 46% della superficie agricola arabile e destinata a colture permanenti (cioé quasi la metà dei terreni agricoli che non sono destinati a pascoli), seguiti dalle colture oleaginose, con una quota pari al 17%, frutta e verdura, che occupano il 7% del totale ed i legumi, con il 5% della superficie arabile e destinata a colture permanenti.

Seguono poi radici e tuberi, con il 3% del totale, coltura da fibra (come cotone e lino) e canna e barbabietola da zucchero, con il 2% del totale.

Ecco chi utilizza più fertilizzanti chimici e chi detiene le migliori infrastrutture per l’irrigazione

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Alcuni paesi asiatici (Cina, Giappone e i paesi appartenenti all’Asia Meridionale) fanno un massiccio uso di fertilizzanti, con la Cina che nel 2008 ha utilizzato in media 468 kg di fertilizzante per ogni ettaro di terreno arabile, mentre il Giappone oltre 250 kg per ettaro di terreno arabile, i paesi dell’Asia Meridionale 150 kg per ettaro (occorre ricordare che in questa ricerca non ci sono però tutti i paesi asiatici per mancanza di dati accurati).

In contrapposizione ci sono i paesi dell’Africa Sub-Sahariana, che con circa 12 kg di fertilizzanti per ettaro di terreno arabile, sono, insieme a Russia ed Australia (rispettivamente con 16 e 34 kg di fertilizzanti per ettaro di terreno), i paesi che ricorrono meno all’uso di fertilizzanti.

Nel Giappone, oltre la metà della superficie agricola è equipaggiata per l’irrigazione (per l’esattezza il 54%), mentre in Asia Meridionale più di un terzo (il 34%) dei terreni agricoli dispone dei mezzi adeguati (irrigazione a scorrimento, a goccia o tramite getti) per irrigare i campi.

Per far fronte ai cambiamenti climatici e alla sempre maggior domanda di cibo occorrerà fornire un adeguato sistema d’irrigazione dove manca, mentre occorrerà ridurre l’utilizzo di fertilizzanti chimici per far fronte al prossimo esaurimento dei combustibili fossili (occorrono 3 tonnellate di petrolio per farne 1 di fertilizzanti).