La maggior produzione di tantalio (COLTAN) avviene in Africa, ma le maggiori riserve si trovano in Brasile

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La columbite-tantalite (meglio conosciuto come COLTAN) è il minerale di estrazione primario del tatalio.

La domanda di tantalio proviene prevalentemente dall’industria dell’elettronica, dove viene utilizzato soprattutto per produrre i condensatori al tantalio (di ridotte dimensioni e di miglior qualità rispetto a quelli in alluminio), impiegati in tutti i prodotti di consumo portatili (cellulari, computer, elettronica per l’automobile, eccetera).

Rwanda e Repubblica Democratica del Congo hanno prodotto il 60% della produzione mondiale di tantalio del 2009 (ma nel 2002 era l’Australia che ne produceva il 60% dell’intera produzione mondiale). Il Brasile pesa invece per il 20% della produzione mondiale, mentre il resto proviene da Malaysia e Canada.

Le maggiori riserve di tantalio si trovano in Brasile, dove si stima ce ne siano più di 87.000 tonnellate (pari al 57% del totale mondiale), mentre al secondo posto troviamo l’Australia, con 40.560 tonnellate di riserve di tantalio (pari al 27%), seguite dai paesi africani, con 15.600 tonnellate, ovvero il 10,2% del totale

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Ecco quali sono i primi dieci paesi per surplus e deficit pro-capite di capacità biologica

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La capacità biologica pro-capite è un indice che è stato calcolato dagli scienziati che hanno creato il concetto di impronta ecologica, ovvero la quantità di spazio bioproduttivo, cioé di campi, foreste e zone pescose di un determinato paese al netto dei consumi interni.

In questa particolare classifica, troviamo al primo posto il Gabon (con 26,9 ettari di surplus di capacità biologica disponibile per ogni suo abitante), al secondo posto la Bolivia (15,8 ettari a testa) e il Congo (11,1 ettari a testa) al terzo posto. In linea teorica questi paesi, dato il territorio in cui vivono e l’impatto della propria popolazione, avrebbero ancora un ampio margine di sfruttamento del territorio. Ai primi posti troviamo anche grandi paesi come Canada, Australia e Brasile.

I paesi con il più alto deficit pro-capite di spazio bioproduttivo sono invece i piccoli paesi del Golfo Persico (Qatar, Kuwait, E.A.U.) produttori di petrolio, ma anche piccoli paesi come Singapore, Belgio o Paesi BAssi. Questi paesi dovrebbero ridurre la propria impronta ecologica pro-capite, perché stanno scaricando sul resto del pianeta il proprio impatto ambientale, in termini di consumo di risorse naturali.

Cinque fra i quindici paesi più popolati del 2050 saranno africani

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Secondo le stime dei demografi, nel 2015 sul nostro pianeta ci saranno 7,28 miliardi di persone, nel 2025 8 miliardi e nel 2050 avremo raggiunto la strabiliante cifra di 9,31 miliardi di abitanti.

Entro il 2025 l’India sarà il paese più popolato al mondo (con 1,46 miliardi di persone) e l’Africa entro il 2050 avrà cinque fra i quindici paesi più popolati al mondo: Nigeria (390 milioni di abitanti), Repubblica Democratica del Congo (149 milioni di abitanti), Etiopia (145 milioni di abitanti), Tanzania (138 milioni di abitanti) ed Egitto (124 milioni di abitanti).

Oltre a Cina ed India, l’Asia nel 2050 avrà fra i quindici paesi più popolati al mondo anche l’Indonesia (294 milioni di abitanti), il Pakistan (275 milioni di abitanti), il Bangladesh (194 milioni di abitanti) e le Filippine (155 milioni di abitanti).  Gli altri rappresentanti dei primi 15 paesi più popolati del 2050 saranno (oltre agli USA) Brasile, Messico e Russia.

Solamente l’8% delle foreste primarie sono protette

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Oltre la metà delle foreste primarie è stata distrutta negli ultimi ottant’anni e di questi, la metà negli ultimi trent’anni. Solamente l’8% delle foreste primarie del pianeta sono protette da una legislazione efficace. Le cause di questa distruzione sono la necessità del taglio del legname, ma anche quella di fare spazio a nuovi terreni da dedicare all’allevamento o alla coltivazione della palma da olio (ampiamente impiegata dall’industria della cosmesi e dal quella alimentare), della soia e del mais (per fare mangimi destinati alla crescente popolazione di bovini, suini e pollame, che devono sfamare un mondo sempre più affamato di carne).

Solamente l’8 delle foreste primarie tropicali che si trovano in America Latina sono attualmente protette da una legislazione efficace e questo, nonostante la presenza dell’Amazzonia, la più grande foresta primaria del mondo, dove vivono circa la metà delle specie vegetali e animali del nostro pianeta. Il 55% delle foreste primarie dell’America Latina si trovano in Brasile, mentre 11 paesi le hanno completamente distrutte (Bahamas, Dominica, El Salvador, Guadalupa, Giamaica, Haiti, Martinica, Porto Rico, Trinidad e Tobago, Saint Lucia ed Uruguay). In Patagonia si trova l’altra foresta primaria (non tropicale) della regione (l’82% in Cile e l’8% in Argentina) e può contare su una legislazione che ne protegge quasi un terzo, la percentuale più alta del mondo, ma comunque ancora troppo poco per evitare che nei prossimi anni questi ambienti preziosissimi spariscano del tutto.

In Africa, le foreste primarie si addensano nel “cuore” del continente: il 93% si trova fra R.D. Congo, Congo, Camerun e Gabon. Ne viene protetto l’8,7%.

In Asia Meridionale e nel Pacifico, una delle regioni dove la foresta primaria sta sparendo più in fretta, il 57% delle foreste primarie si trovano fra Indonesia e Papua Nuova Guinea, mentre Bangladesh, Sri Lanka, Taiwan, Fiji, Nuova Caledonia e Pakistan le hanno completamente distrutte. Ne viene protetto il 12%.

In Nord America, le foreste primarie si trovano prevalentemente in Canada (l’84%), mentre il resto è negli Stati Uniti (soprattutto nella regione dell’Alaska (anche gli Usa hanno pagato il prezzo del processo di industrializzazione iniziato a fine Ottocento. Nel Nord America, nonostante sia nato il primo parco dell’epoca moderna (il Parco dello Yellowstone è stato creato nel ) solamente il 6,7% delle foreste primarie vengono protette.

In Europa, quel che rimane delle foreste primarie si trova per il 90% nella Russia Europea, il 3% in Finlandia ed un altro 3% in Svezia, mentre 36 paesi hanno completamente distrutto la propria foresta vergine. Il 15,5% delle foreste primarie dell’Europa vengono protette.

Nell’Asia Settentrionale, il 90% delle ultime foreste primarie si trovano in Russia,  mentre Iran, Kirghizistan, Azerbaigian e le due Coree le hanno completamente distrutte. Solo il 4,4% delle foreste primarie di questa regione sono protette, veramente poco se si vuole sperare di salvare la tigre siberiana, uno degli animali più a rischio d’estinzione al mondo (ne rimangono ancora circa 400 esemplari secondo Greenpeace).

Solamente cinque paesi hanno oltre il 50% delle proprie foreste ancora intatte (quindi considerate foreste primarie), e sono Canada, Guyana, Guyana Francese, Suriname e Perù. Uno dei più gravi problemi arriva dalla frammentazione delle foreste, la cui superficie originale viene divisa in più parti da strade ed insediamenti umani (urbani, agricoli od industriali), perché si rischia di alterarne il clima delle zone di confine.

Ecco quali sono i 15 paesi che hanno prelevato la maggior (e minor) quantità d’acqua per abitante

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Considerando il consumo d’acqua pro-capite, troviamo al primo posto il Turkmenistan, che nel 2008 ha effettuato un prelievo d’acqua pari a 5.412 m3 per ogni abitante. Al secondo posto c’è l’Iraq, con un prelievo d’acqua pari a 2.616 m3 per abitante, seguito da Uzbekistan, con un prelievo pari a 2.358 m3 per abitante (l’acqua viene utilizzata per la coltivazione del cotone, la causa del prosciugamento del Lago d’Aral) e Guyana, con 2.222 m3 d’acqua prelevati per ogni abitante.

Fra i quindici paesi che hanno prelevato la minor quantità d’acqua in rapporto al numero di abitanti, troviamo solo paesi africani, con la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda che nel 2008 hanno prelevato solo 12 m3 di acqua per abitante, mentre il Congo Brazzaville ne ha prelevati 14 m3 per abitante. Lo scarso prelievo d’acqua dei paesi dell’Africa Sub-Sahariana dipende in larga parte dalla mancanza di infrastrutture, con un basso prelievo d’acqua per l’irrigazione, pari al 3% del totale dell’acqua rinnovabile della regione.

Un ettaro di foresta tropicale ne vale tre di foresta temperata

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E’ importante notare che nelle foreste tropicali si trova una maggior densità di carbonio rispetto alle foreste dei climi temperati, grazie al particolare clima, che permette alle piante di crescere tutto l’anno e quindi di accumulare più carbonio. Dallo stock di carbonio presente all’interno di una foresta si capisce lo sviluppo che queste ultime hanno maturato in una determinata zona, tramite la densità e l’altezza delle specie arboree che vi sono presenti.

Dalla quantità di carbonio presente all’interno di una determinata foresta emerge anche il ruolo che quest’ultima ricopre nella lotta ai cambiamenti climatici, assorbendo CO2.

Seguendo questa logica, troviamo che è il Brasile il paese che dispone del maggior quantitativo di carbonio stoccato all’interno delle proprie foreste (nonostante si ritrovi ad avere meno di 2/3 della superficie forestale della Russia), con 62.607 milioni di tonnellate. Seguono la Russia, con 32.500 milioni di tonnellate (circa la metà del carbonio del Brasile, nonostante possa vantare la più grande superficie al mondo di boschi e foreste) e la Repubblica Democratica del Congo, con 19.309 milioni di tonnellate.

Le foreste del Brasile hanno stoccato, in media, 120,5 tonnellate di carbonio per ogni ettaro di superficie coperta da boschi e foreste (compresi quelli destinati alla selvicoltura), mentre quelle russe 40,18 tonnellate per ettaro. Questo significa che un ettaro di foresta tropicale ne vale (dal punto di vista dell’assorbimento dell’anidride carbonica e della produzione di legname) tre di una foresta temperata

Brasile, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo sono i paesi che tra il 1990 ed il 2010 hanno subito le maggiori perdite nette di carbonio (rispettivamente pari a 5.512, 3.318 ed 804 milioni di tonnellate), dovute alle pratiche della deforestazione e agli incendi per far spazio a nuovi terreni per l’agricoltura, mentre Stati Uniti, Cina e Malaysia, hanno visto incrementare il proprio stock di carbonio (rispettivamente di 2.357, 1.789 e 390 milioni di ettari), soprattutto grazie a programmi di rimboschimento.

 

Dove si trovano le ultime foreste vergine del pianeta

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Il 35% delle ultime foreste primarie del pianeta (che ricordiamo occupano solamente il 9% delle terre emerse) si trovano nell’America Latina e Caraibica (sede della più grande foresta vergine del mondo, l’Amazzonia), il 28% in Nord America (quasi tutte nel Canada, dato che le ultime foreste primarie degli USA si trovano ormai solo in Alaska) ed il 19% nell’Asia Settentrionale (soprattutto in Siberia, nella Russia Asiatica).

In Europa si trovano solamente il 3% delle foreste primarie del pianeta (quasi tutte nella parte europea della Russia o degli ex paesi sovietici), mentre l’Africa dispone dell’8% delle foreste vergini del pianeta (presenti ormai solo nel Congo e nella Repubblica Democratica del Congo).