Nonostante la continua deforestazione, diminuisce la superficie agricola del pianeta

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La superficie destinata ad uso agricolo nel nostro pianeta è aumentata fino alla prima metà degli anni Novanta, si è poi stabilizzarsi per circa un decennio ed è poi iniziata a calare dal 2002 (-1% nel 2009) – e questo nonostante la costante diminuzione della superficie forestale mondiale. Infatti, la superficie destinata ad uso forestale è sempre calata (nel nostro caso, la Fao dispone di dati precisi solamente dal 1990) e nei 19 anni presi in considerazione (ovvero dal 1990 al 2009), se ne sono andati 130 milioni di ettari di foreste, pari a 2,4 volte la superficie della Francia.

Negli ultimi anni, l’abbattimento delle foreste necessario a far spazio a nuovi terreni agricoli o da destinare all’allevamento non è riuscito a compensare la perdita di terreni agricoli.

Le cause di questo fenomeno (ovvero del fatto che calano sia la superficie agricola che quella forestale) sono l’avanzata del deserto, la cementificazione e l’abbandono dei terreni agricoli perché non più fertili (ad esempio a causa della salinizzazione).

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La temperatura media dell’atmosfera del nostro pianeta sta aumentando a causa dell’attività antropica

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A partire dalla fine del XIX secolo la temperatura media dell’atmosfera terrestre e degli oceani è iniziata ad aumentare. Dall’inizio del XX secolo ad ora, la temperatura media del nostro pianeta è già aumentata di 0,8°C, con la maggior parte dell’aumento (0,6°C) che è avvenuto dal 1980 ad oggi, secondo l’America’s Climate Choices. Considerando gli scostamenti dalla temperatura media registrata fra il 1951 ed il 1980, dal Grafico si nota bene come dal 1980 in poi, secondo la NASA, ci siano stati solamente scostamenti sopra la media, è infatti immediato notare il trend crescente.

Se il processo di riscaldamento del nostro pianeta (attualmente in atto e in una fase di accelerazione) è un dato di fatto, ci si interroga sulle cause di tale processo, che porterà a cambiamenti irreversibili del clima, delle precipitazioni piovose, delle correnti d’aria, dei fenomeni estremi (siccità, inondazioni, eccetera). La comunità scientifica è d’accordo praticamente all’unanimità nel far ricadere le cause di tutto questo ad attività antropiche (le probabilità sarebbero il 95%), in particolare a tutte quelle attività che aumentano la concentrazione di gas serra nell’atmosfera, derivanti dalla pratica della deforestazione (per fare spazio a campi da coltivare), dall’utilizzo di combustibili di origine fossile (ad esempio per produrre energia elettrica, per riscaldarsi o come fonte di energia per i trasporti) e dall’industria del cemento. 

 

Solamente l’8% delle foreste primarie sono protette

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Oltre la metà delle foreste primarie è stata distrutta negli ultimi ottant’anni e di questi, la metà negli ultimi trent’anni. Solamente l’8% delle foreste primarie del pianeta sono protette da una legislazione efficace. Le cause di questa distruzione sono la necessità del taglio del legname, ma anche quella di fare spazio a nuovi terreni da dedicare all’allevamento o alla coltivazione della palma da olio (ampiamente impiegata dall’industria della cosmesi e dal quella alimentare), della soia e del mais (per fare mangimi destinati alla crescente popolazione di bovini, suini e pollame, che devono sfamare un mondo sempre più affamato di carne).

Solamente l’8 delle foreste primarie tropicali che si trovano in America Latina sono attualmente protette da una legislazione efficace e questo, nonostante la presenza dell’Amazzonia, la più grande foresta primaria del mondo, dove vivono circa la metà delle specie vegetali e animali del nostro pianeta. Il 55% delle foreste primarie dell’America Latina si trovano in Brasile, mentre 11 paesi le hanno completamente distrutte (Bahamas, Dominica, El Salvador, Guadalupa, Giamaica, Haiti, Martinica, Porto Rico, Trinidad e Tobago, Saint Lucia ed Uruguay). In Patagonia si trova l’altra foresta primaria (non tropicale) della regione (l’82% in Cile e l’8% in Argentina) e può contare su una legislazione che ne protegge quasi un terzo, la percentuale più alta del mondo, ma comunque ancora troppo poco per evitare che nei prossimi anni questi ambienti preziosissimi spariscano del tutto.

In Africa, le foreste primarie si addensano nel “cuore” del continente: il 93% si trova fra R.D. Congo, Congo, Camerun e Gabon. Ne viene protetto l’8,7%.

In Asia Meridionale e nel Pacifico, una delle regioni dove la foresta primaria sta sparendo più in fretta, il 57% delle foreste primarie si trovano fra Indonesia e Papua Nuova Guinea, mentre Bangladesh, Sri Lanka, Taiwan, Fiji, Nuova Caledonia e Pakistan le hanno completamente distrutte. Ne viene protetto il 12%.

In Nord America, le foreste primarie si trovano prevalentemente in Canada (l’84%), mentre il resto è negli Stati Uniti (soprattutto nella regione dell’Alaska (anche gli Usa hanno pagato il prezzo del processo di industrializzazione iniziato a fine Ottocento. Nel Nord America, nonostante sia nato il primo parco dell’epoca moderna (il Parco dello Yellowstone è stato creato nel ) solamente il 6,7% delle foreste primarie vengono protette.

In Europa, quel che rimane delle foreste primarie si trova per il 90% nella Russia Europea, il 3% in Finlandia ed un altro 3% in Svezia, mentre 36 paesi hanno completamente distrutto la propria foresta vergine. Il 15,5% delle foreste primarie dell’Europa vengono protette.

Nell’Asia Settentrionale, il 90% delle ultime foreste primarie si trovano in Russia,  mentre Iran, Kirghizistan, Azerbaigian e le due Coree le hanno completamente distrutte. Solo il 4,4% delle foreste primarie di questa regione sono protette, veramente poco se si vuole sperare di salvare la tigre siberiana, uno degli animali più a rischio d’estinzione al mondo (ne rimangono ancora circa 400 esemplari secondo Greenpeace).

Solamente cinque paesi hanno oltre il 50% delle proprie foreste ancora intatte (quindi considerate foreste primarie), e sono Canada, Guyana, Guyana Francese, Suriname e Perù. Uno dei più gravi problemi arriva dalla frammentazione delle foreste, la cui superficie originale viene divisa in più parti da strade ed insediamenti umani (urbani, agricoli od industriali), perché si rischia di alterarne il clima delle zone di confine.

In America Latina la maggior parte delle foreste, ma ogni anno sul pianeta ne perdiamo 13 milioni di ettari

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Nel 2009, la superficie forestale del nostro pianeta era pari a 4.038 milioni di ettari (per la FAO si intendono aree con un’ampiezza minima di 0,5 ettari, caratterizzate da una copertura arborea superiore al 10% determinata da specie in grado di raggiungere i 5 m di altezza a maturità), con il 24% del totale che si trova in America Latina e Caraibica, il 22% nei paesi dell’ex-URSS e dell’Europa dell’Est ed il 17% in Africa e Medio Oriente.

La Russia ha la più grande estensione al mondo di superficie forestale, pari a 809 milioni di ettari (circa il 20% del totale), seguita da Brasile, con 520 milioni di ettari, Canada, con 310 milioni di ettari, Stati Uniti, con 304 milioni di ettari e Cina, con 207 milioni di ettari.

A livello globale, il tasso di deforestazione (e perdita di foreste per altre cause, come incendi e cambiamenti climatici) rimane ad un livello allarmante, anche se inferiore a quello degli anni Novanta, quando sono stati distrutti in media 16 milioni di ettari di foreste all’anno, mentre nell’ultimo decennio, ovvero tra il 2000 ed il 2010, sono stati distrutti in media 13 milioni di ettari di foreste all’anno.

Il forte incremento di emissioni di CO2 nell’atmosfera

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La maggior parte dell’anidride carbonica – il principale gas serra responsabile dell’aumento dell’effetto serra – emessa nell’atmsofera proviene dall’utilizzo dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale) per produrre energia e dall’industria delle costruzioni, mentre un’altra parte proviene dalle pratiche di deforestazione (ricordiamo che gli organismi vegetali, in quanto autotrofi, sono in grado di produrre i loro composti organici usando il biossido di carbonio proveniente dall’acqua o dall’aria attraverso una fonte di energia esterna: le radiazioni solari, attraverso il processo di fotosintesi con cui viene rilasciato ossigeno nell’atmosfera.

La quantità di CO2 effettivamente rilasciata nell’atmosfera varia di anno in anno per i cicli legati alla respirazione e alla fotosintesi (fenomeno accentuato nelle regioni più vicine ai poli rispetto all’equatore, ed in particolare nell’emisfero Settentrionale dove ci sono più terre emerse,  per via della presenza di stagioni calde e fredde) e per la differente capacità di trattenere CO2 da parte di mari ed oceani.

Al di là delle variazioni di anno in anno, è immediato notare il significativo aumento delle emissioni nette di anidride carbonica che ogni anno si vanno ad accumulare nell’atmosfera. Questo è una delle principali cause del riscaldamento del pianeta.