Nonostante la continua deforestazione, diminuisce la superficie agricola del pianeta

Diapositiva36

La superficie destinata ad uso agricolo nel nostro pianeta è aumentata fino alla prima metà degli anni Novanta, si è poi stabilizzarsi per circa un decennio ed è poi iniziata a calare dal 2002 (-1% nel 2009) – e questo nonostante la costante diminuzione della superficie forestale mondiale. Infatti, la superficie destinata ad uso forestale è sempre calata (nel nostro caso, la Fao dispone di dati precisi solamente dal 1990) e nei 19 anni presi in considerazione (ovvero dal 1990 al 2009), se ne sono andati 130 milioni di ettari di foreste, pari a 2,4 volte la superficie della Francia.

Negli ultimi anni, l’abbattimento delle foreste necessario a far spazio a nuovi terreni agricoli o da destinare all’allevamento non è riuscito a compensare la perdita di terreni agricoli.

Le cause di questo fenomeno (ovvero del fatto che calano sia la superficie agricola che quella forestale) sono l’avanzata del deserto, la cementificazione e l’abbandono dei terreni agricoli perché non più fertili (ad esempio a causa della salinizzazione).

Annunci

Il boom dei biocarburanti: ovvero come ottenere energia dai prodotti agricoli

Diapositiva34

La produzione mondiale di biocarburanti (vengono utilizzati per produrre energia l’olio di colza, di palma, di soia, ma anche i cereali, la jatropha e altre colture) del 2011, ammonta a 431,46 milioni di barili, con il Nord America che ne ha prodotto il 49,6% (ovvero 214 milioni di barili), seguito da America Latina e Caraibica, con 118 milioni di barili (pari al 27,4%) ed Europa ed Eurasia, con 72 milioni di barili, ovvero il 16,7% del totale.

Dal 2001 al 2011, la produzione mondiale di biocarburanti si è incrementata di quasi sei volte, con gli USA che nehanno prodotto il 48% del totale, seguiti dal Brasile, con il 22,4%.

Anche se la produzione di biocarburanti permette una generale riduzione delle emissioni di CO2 (non si tratta di andare a rompere il ciclo del carbonio, immettendo nell’atmosfera quello che è stato accumulato in milioni di anni nel sottosuolo), è una pratica che presenta molti problemi morali, perché in grado di trasformare le foreste e i campi del pianeta in barili di carburante, portando quindi ad un aumento del prezzo del cibo e mettendo ulteriore pressione sulle foreste del pianeta.

Aumento della popolazione e miglioramento dello stile di vita: ma stiamo liquidando il capitale naturale

Diapositiva32

Dal 1961 al 2008 abbiamo assistito ad un aumento dell’impronta ecologica pro-capite media di ogni essere umano del pianeta del 12,5%, ma quello che è successo è che nel frattempo la polazione è passata dai 3,1 miliardi del 1961 ai 6,7 miliardi del 2008.

Nel quasi cinquant’anni considerati, la capacità biologica pro-capite del pianeta (ovvero la quantità di ettari a disposizione per i terreni agricoli, i pascoli, le foreste e i mari necessari a sostenere ogni singola persona) è passata dai 3,2 ettari agli 1,8 (ovvero -44%), a fronte della necessità di un’impronta ecologica pari a 2,7 ettari per persona. Questo significa che è dagli anni Settanta che stiamo liquidando il capitale naturale per sostenere il nostro stile di vita.

C’è però da considerare che l’impronta ecologica è comunque un indicatore che non tiene conto di tutte le risorse naturali necessarie a mantenere l’attuale stile di vita dell’uomo (non sono contemplate le risorse minerarie o le risorse idriche) e delle varie forme di inquinamento, come gli inquinanti organici persistenti o le varie forme di rifiuti (dalle isole di plastica che si sono formate negli oceani ai rifiuti radioattivi o la contaminazione della biosfera da parte degli OGM).

Deficit e surplus di spazio da destinare alla produzione di legname e alla pesca

Diapositiva24

Il Brasile ha le maggiori riserve al mondo di legname (pari a 1.283 milioni di ettari di foreste), ed è seguito da Russia, Canada, Stati Uniti e Bolivia, mentre è l’India il paese con il più grande deficit di legname (nel 2008 ha avuto bisogno dell’equivalente di 112 milioni di ettari di foreste al di fuori del proprio confine per sopperire ai consumi interni), ed è seguita da Etiopia, Nigeria e Regno Unito.

La Russia ha invece la più grande riserva al mondo di area biologicamente riproduttiva destinata alla pesca, con 141 milioni di ettari oltre il proprio fabbisogno interno, seguono Canada e USA. E’ invece la Cina il paese con il più grande deficit di spazio bioproduttivo da destinare alla pesca (41 milioni di ettari), ed è seguita dal Giappone, la Thailandia e le Filippine.

Destinazione delle terre emerse del pianeta

Diapositiva18

La superficie delle terre emerse del nostro pianeta ammontano a 13,46 miliardi di ettari, ma di questi, 456 milioni sono rappresentanti da acque interne (laghi, fiumi, torrenti eccetera), 4,04 miliardi da foreste e boschi (anche se occorre tenere conto che le foreste primarie sono solo un quinto del totale e meno del 10% delle terre emerse del nostro pianeta), 4,89 miliardi da terreni destinati ad usi agricoli (e di questi, 1,38 miliardi di ettari sono terra arabile, 152 milioni colture permanenti, ovvero che non devono essere riseminate ogni anno: esempi sono molti alberi da frutta, il caffè, eccetera e 3,36 miliardi prati e pascoli permanenti) ed infine 4,09 miliardi di ettari sono destinati ad altri usi (zone aride, zone urbanizzate, zone rocciose e scogli e via dicendo).

 

Ecco quali sono i primi dieci paesi per surplus e deficit pro-capite di capacità biologica

Diapositiva17

La capacità biologica pro-capite è un indice che è stato calcolato dagli scienziati che hanno creato il concetto di impronta ecologica, ovvero la quantità di spazio bioproduttivo, cioé di campi, foreste e zone pescose di un determinato paese al netto dei consumi interni.

In questa particolare classifica, troviamo al primo posto il Gabon (con 26,9 ettari di surplus di capacità biologica disponibile per ogni suo abitante), al secondo posto la Bolivia (15,8 ettari a testa) e il Congo (11,1 ettari a testa) al terzo posto. In linea teorica questi paesi, dato il territorio in cui vivono e l’impatto della propria popolazione, avrebbero ancora un ampio margine di sfruttamento del territorio. Ai primi posti troviamo anche grandi paesi come Canada, Australia e Brasile.

I paesi con il più alto deficit pro-capite di spazio bioproduttivo sono invece i piccoli paesi del Golfo Persico (Qatar, Kuwait, E.A.U.) produttori di petrolio, ma anche piccoli paesi come Singapore, Belgio o Paesi BAssi. Questi paesi dovrebbero ridurre la propria impronta ecologica pro-capite, perché stanno scaricando sul resto del pianeta il proprio impatto ambientale, in termini di consumo di risorse naturali.

La Cina e gli USA sono i paesi che hanno maggiormente bisogno dello spazio bioproduttivo al di fuori dei propri confini

Diapositiva12

Nel mondo, non tutti i paesi hanno la stessa impronta ecologica e questo dipende dai diversi consumi di risorse naturali della propria popolazione (i paesi ricchi ad esempio consumano più energia e quindi necessitano di una maggiore superficie forestale per assorbire l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera) e dal numero di abitanti. L’impronta ecologica totale, insieme alla fortuna o meno di disporre di un buon capitale naturale (in termini di foreste, terreni da coltivare, mari pescosi, eccetera) andrà a decretare un deficit o surplus netto di spazio bioproduttivo di un paese.

Il Brasile è il più grande creditore al mondo di capacità biologica, con una riserva di 1.282 milioni di “ettari globali” di spazio bioproduttivo non utilizzato dai propri abitanti. Seguono la Russia, con 318 milioni di “ettari globali”, poi Canada, Argentina ed Australia, rispettivamente con una riserva di spazio produttivo di 283, 175 e 170 milioni di “ettari globali”.

La Cina è invece il più grande debitore al mondo di superficie bioproduttiva: nel 2008 ha avuto bisogno di 1.714 milioni di “ettari globali” di superficie al di fuori dei propri confini per mantenere la propria economia in crescita e la più grande popolazione del pianeta. Seguono gli Stati Uniti, che, pur disponendo della terza superficie al mondo più estesa (dopo Russia e Canada) e di una popolazione di poco più di 300 milioni di abitanti, si trovano ad aver un deficit interno di 1.015 milioni di “ettari globali”di  capacità biologica. Al terzo posto troviamo l’India (con un deficit di 461 milioni di “ettari globali”), seguita da Giappone (-453 milioni di “ettari globali”) e Germania (-216 milioni di “ettari globali”). 

Se per

In America Latina la maggior parte delle foreste, ma ogni anno sul pianeta ne perdiamo 13 milioni di ettari

Diapositiva5

Nel 2009, la superficie forestale del nostro pianeta era pari a 4.038 milioni di ettari (per la FAO si intendono aree con un’ampiezza minima di 0,5 ettari, caratterizzate da una copertura arborea superiore al 10% determinata da specie in grado di raggiungere i 5 m di altezza a maturità), con il 24% del totale che si trova in America Latina e Caraibica, il 22% nei paesi dell’ex-URSS e dell’Europa dell’Est ed il 17% in Africa e Medio Oriente.

La Russia ha la più grande estensione al mondo di superficie forestale, pari a 809 milioni di ettari (circa il 20% del totale), seguita da Brasile, con 520 milioni di ettari, Canada, con 310 milioni di ettari, Stati Uniti, con 304 milioni di ettari e Cina, con 207 milioni di ettari.

A livello globale, il tasso di deforestazione (e perdita di foreste per altre cause, come incendi e cambiamenti climatici) rimane ad un livello allarmante, anche se inferiore a quello degli anni Novanta, quando sono stati distrutti in media 16 milioni di ettari di foreste all’anno, mentre nell’ultimo decennio, ovvero tra il 2000 ed il 2010, sono stati distrutti in media 13 milioni di ettari di foreste all’anno.

Un ettaro di foresta tropicale ne vale tre di foresta temperata

Diapositiva3

E’ importante notare che nelle foreste tropicali si trova una maggior densità di carbonio rispetto alle foreste dei climi temperati, grazie al particolare clima, che permette alle piante di crescere tutto l’anno e quindi di accumulare più carbonio. Dallo stock di carbonio presente all’interno di una foresta si capisce lo sviluppo che queste ultime hanno maturato in una determinata zona, tramite la densità e l’altezza delle specie arboree che vi sono presenti.

Dalla quantità di carbonio presente all’interno di una determinata foresta emerge anche il ruolo che quest’ultima ricopre nella lotta ai cambiamenti climatici, assorbendo CO2.

Seguendo questa logica, troviamo che è il Brasile il paese che dispone del maggior quantitativo di carbonio stoccato all’interno delle proprie foreste (nonostante si ritrovi ad avere meno di 2/3 della superficie forestale della Russia), con 62.607 milioni di tonnellate. Seguono la Russia, con 32.500 milioni di tonnellate (circa la metà del carbonio del Brasile, nonostante possa vantare la più grande superficie al mondo di boschi e foreste) e la Repubblica Democratica del Congo, con 19.309 milioni di tonnellate.

Le foreste del Brasile hanno stoccato, in media, 120,5 tonnellate di carbonio per ogni ettaro di superficie coperta da boschi e foreste (compresi quelli destinati alla selvicoltura), mentre quelle russe 40,18 tonnellate per ettaro. Questo significa che un ettaro di foresta tropicale ne vale (dal punto di vista dell’assorbimento dell’anidride carbonica e della produzione di legname) tre di una foresta temperata

Brasile, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo sono i paesi che tra il 1990 ed il 2010 hanno subito le maggiori perdite nette di carbonio (rispettivamente pari a 5.512, 3.318 ed 804 milioni di tonnellate), dovute alle pratiche della deforestazione e agli incendi per far spazio a nuovi terreni per l’agricoltura, mentre Stati Uniti, Cina e Malaysia, hanno visto incrementare il proprio stock di carbonio (rispettivamente di 2.357, 1.789 e 390 milioni di ettari), soprattutto grazie a programmi di rimboschimento.