Nei paesi in via di sviluppo nessuna norma protegge dall’inquinamento delle acque

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Considerando l’inquinamento dell’acqua da sostanza organiche provenienti da scarichi fognari, rifuti industriali e agricoli per lavoratore, troviamo nei primi 15 paesi più inquinanti tutti paesi in via di sviluppo, con al primo posto la Moldova, seguita dal Malawi, il Rwanda e Tonga.

Questo dipende dal fatto che nei paesi del Terzo Mondo non ci sono adeguate norme ambientali e i rifiuti civili e industriali vengono liberamente scaricati nelle acque di fiumi, laghi e mari. Da notare che il 70% dei rifiuti di questi paesi va a finire direttamente nell’ambiente secondo l’UNEP. Anche questo è uno dei prezzi da pagare per la globalizzazione, dato che la maggior parte delle imprese dei paesi ricchi delocalizza perché in assenza di norme di tutela ambientale ottiene un gran risparmio in termini di costi.

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Ecco quali sono i prodotti agricoli più commercializzati nel mondo

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Dividendo la quota di prodotti agricoli esportati rispetto al consumo mondiale di quel particolare prodotto, otteniamo una misura del peso del commercio internazionale per le varie categorie di prodotti agricoli.

Così, notiamo che gli eccitanti (caffè, tè, cacao, mate, eccetera) sono i prodotti agricoli più commercializzati (la quasi totalità di quanto viene consumato al mondo è stato commercializzato all’estero). Si può notare come la quasi totalità delle colture dolcificanti (canna da zucchero e barbabietola da zucchero) vengano trasformate in loco in prodotti finiti (per la materia prima grezza non esiste praticamente commercio estero) e poi commercializzati sotto forma di zucchero e dolcificanti (il 34% di quanto consumato globalmente è stato commercializzato all’estero). Anche per le colture oleaginose vale (in parte) lo stesso discorso: solamente il 23% allo stato di materia prima grezza viene commercializzato all’estero (la maggior parte viene trasformata in loco), mentre il 54% degli oli vegetali consumati nel mondo (il prodotto finito) è stato commercializzato all’estero (olio di palma, olio di soia, olio di girasole, olio di colza, eccetera).

Oltre agli eccitanti, gli oli vegetali e i dolcificanti, i prodotti più commercializzati all’estero sono frutta secca (il 44% di quanto consumato globalmente), pesce e frutti di mare (il 33% di quanto consumato globalmente) e spezie (il 30% del totale).

Uova, verdure e tuberi sono i prodotti meno commercializzati (con una quota al di sotto del 10% di quanto consumato globalmente).

La globalizzazione all’opera: decuplicati gli investimenti all’estero negli ultimi 20 anni

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Anche considerando un altro aspetto della globalizzazione – la libera circolazione di capitali oltre i confini nazionali –, notiamo che dal 1990 al 2010 gli investimenti oltre confine sono quasi decuplicati, passando dagli 11.000 miliardi di dollari del 1990 ai 96.000 miliardi del 2010.

Il 32% degli investimenti internazionali sono prestiti concessi da banche e istituti finanziari a soggetti economici oltre confine, il 21% titoli obbligazionari detenuti all’estero e investimenti diretti esteri (intesi sia come impianto di un nuovo stabilimento in un paese straniero, che come acquisizione di una quota di capitale in altre aziende), il 15% sono titoli azionari detenuti all’estero ed il 9% sono riserve straniere.

Nonostante tutti i proclami, la globalizzazione ha fatto aumentare il numero di poveri

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Nel 2005 (ultimo dato disponibile alla stesura del libro), 2,55 miliardi di persone vivevano ancora con meno di 2 dollari al giorno (sotto quindi ogni soglia di povertà), ovvero il 40% della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà estrema.

Di questi, la maggior parte si trova in Asia Meridionale (1,09 miliardi, ovvero il 43% dei poverissimi nel mondo), seguita da Pacifico ed Asia Orientale (con 732 milioni, ovvero il 29% del totale) ed Africa Sub-Sahariana (con 550 milioni, ovvero il 22% della popolazione che vive con meno di 2 dollari al giorno).

Dal 1981 al 2005, il numero di persone che nel nostro pianeta vivono con meno di 2 dollari al giorno è aumentato di 19 milioni (per cui si può affermare che dal 1981 al 2005 la povertà non è affatto diminuita), anche se questo dato potrebbe essere molto più grande (nel 1999 c’erano 2,87 miliardi di “poverissimi” nel mondo) se a partire dal nuovo millennio non ci fosse stata la grande crescita economica della Cina (dai 971 milioni di “poverissimi” del 1981 ai 473 milioni del 2005) e delle economie dell’Asia Orientale (dal 1981 al 2005 i paesi del Pacifico e dell’Asia Orientale –  compresa la Cina – hanno visto diminuire del 43% il numero di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno).

Nel periodo considerato, l’Africa Sub-Sahariana si ritrova con una popolazione di “poverissimi” cresciuta del’87%, l’Asia Meridionale del 37%, l’Europa ed i paesi dell’Asia Centrale del 17%, il Medio Oriente ed il Nord Africa del 13%, l’America Latina e Caraibica del 5%, anche se anche in questo caso, almeno per i paesi dell’Europa e dell’Asia Centrale, come per quelli dell’America Latina e Caraibica, dal 1999 al 2005 il numero di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno, si è ridotto rispettivamente del 38% e del 15%. Non è invece diminuito il numero di “poverissimi “ – a partire dal Nuovo Millennio – nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, dell’Asia Meridionale e dell’Africa Sub-Sahariana, rispettivamente incrementato dell’1%, del 5% e del 9%. 

E’ quindi innegabile il fatto che la globalizzazione e questo nuovo paradigma economico hanno portato ad un aumento della povertà nel nostro pianeta, in termini assoluti.

Il boom del valore aggiunto dell’industria dei quattro BRIC mette in pericolo il primato degli USA

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Gli ultimi quarant’anni hanno praticamente sempre visto crescere il valore aggiunto del settore secondario, almeno in una prospettiva di lungo termine, ma quello che balza subito all’occhio da una rapida occhiata del grafico è la crescita esponenziale del valore aggiunto dell’industria nei quattro BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) a partire dai primi anni Duemila – ovvero quando la Cina è entrata a far parte dell’OMC e siamo quindi entrati nella fase più avanzata della globalizzazione economica.

Gli Stati Uniti rimangono comunque il primo paese al mondo per quanto riguarda il valore aggiunto prodotto dall’industria. Infatti, da soli gli USA valgono più dell’intera produzione delle prime quattro economie europee – cioè Germania, Francia, Regno Unito ed Italia – o delle quattro economie emergenti più importanti, Cina compresa no del Giappone).

La globalizzazione e la delocalizzazione dell’industria nei paesi emergenti

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Dal 1970 al 2010 abbiamo assistito ad una generale diminuzione del peso percentuale dell’industria nelle economie dei principali paesi sviluppati (passato dal 35%-45% del 1970 a valori intorno al 20-25% del 2010). Fra i paesi sviluppati, gli Stati Uniti sono il paese in cui il settore secondario pesa meno, seguito dai quattro paesi più importanti d’Europa (Germania, Francia, Regno Unito e Italia) e il Giappone.

Diversamente, i quattro BRIC (Brasile, India, Russia e Cina), hanno registrato un incremento dell’industria nella propria economia negli ultimi decdenni, passata dal 35% circa del PIL del 1970 al 40% circa del 2010.

La diminuzione del peso percentuale del settore industriale nei paesi sviluppati testimonia ciò che è accaduto negli ultimi anni a causa della globalizzazione, ovvero la deindustrializzazione dei paesi ricchi e lo spostamento delle produzioni manifatturiere più inquinanti o dove la manodopera incide di più nei paesi emergenti, dove esiste una legislazione ambientale e di protezione dei diritti dei lavoratori molto più blanda.