Ecco dove si trovano le diossine

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Le diossine hanno un elevato peso molecolare (motivo per cui tendono ad accumularsi nel terreno) e sono una sostanza liofila (ovvero solubile nei grassi). Insieme ad altri dodici inquinanti chimici, le diossine (PCB in testa) sono detti “inquinati organici persistenti”, perché resistono alla degradazione biologica naturale accumulandosi nei tessuti e negli organi degli organismi viventi. Sono quindi composti che di bio-accumulano nell’ambiente, risalendo la catena alimentare (si accumulano maggiormente nei tessuti e negli organi degli animali rispetto a quelli dei vegetali). La contaminazione di diossine è massima in cima alla piramide della catena alimentare: foche, balene, orsi polari, orche, ma anche predatori come l’aquila, rischiano l’estinzione anche a causa di alcune diossine, in particolare PCB. La contaminazione nell’uomo avviene prevalentemente tramite l’alimentazione.

Il pesce di acqua dolce (negli Stati Uniti) è l’alimento che apporta il maggior quantitativo di diossine per chilogrammo (1,73 ng/kg TEQ), seguito dal burro (1,12 ng/kg), mentre una dieta vegana (0,09 ng/kg) rappresenterebbe il modo migliore per limitare al massimo la contaminazione di diossine nel proprio corpo.

Il TCDD (2,3,7,8-Tetraclorodibenzo-P-diossina) è la più nota e fra le più pericolose delle diossine e l’emivita (ovvero il numero di anni che rimane nell’organismo) nell’uomo varia dai 5,8 agli 11,3 anni, a seconda del metabolismo e di altre caratteristiche peculiari dell’individuo (Olson, J. R. 1994. Pharmacokinetics of dioxin and related chemicals. In Dioxins and Health. A. Schecter, ed. New York, NY: Plenum Press. p. 163-167).

 

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Meno della metà dei cereali prodotti sono direttamente destinati all’alimentazione umana

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Meno della metà dei cereali prodotti – grano, orzo, riso, mais, avena e via dicendo sono la principale coltura e fonte di calorie nella dieta umana – vengono direttamente destinati all’alimentazione umana (il 45%), mentre il 34% viene destinato alla produzione di mangimi per gli animali domestici. Già il 9% dei cereali sono destinati ad “altri utilizzi”, tra cui i biocarburanti (in forte crescita dal 2009 anche se non si dispone ancora di dati precisi).

Il 56% dei tuberi (patate, carote,eccetera) sono destinati all’alimentazione umana, il 22% a diventare mangimi, mentre per i legumi il 70%è direttamente destinato all’alimentazione umana e il 17% alla produzione di mangimi. Il 44% degli oli vegetali sono destinati ad “altri utilizzi”, ovvero al settore della cosmesi, mentre il 77% delle colture oleaginose vengono trasformate (in genere in oli vegetali).

Fra le categorie di prodotti alimentari considerati, la produzione di frutta secca è quella che ha registrato il maggior incremento dal 2000 al 2009 (+66%), seguita dagli oli vegetali (+51%) e le bevande alcoliche (+38%).

Il maggior incremento dei consumi di latte e latticini proviene dai paesi asiatici

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I paesi dell’Asia Meridionale e del Sud-Est asiatico (India, Indonesia, Thailandia, eccetera) sono quelli che hanno maggiormente contribuito all’aumento annuo del consumo mondiale di latte (considerato come prodotto primario, si considerano quindi anche i prodotti derivati e nel conteggio si tiene conto del latte necessario alla produzione di formaggi, yogurt, e via dicendo) fra il 2000 ed il 2009 (pari a 126 milioni di tonnellate), grazie ad un incremento del consumo annuo di latte pari a 46 milioni di tonnellate, ovvero il 36% dell’incremento mondiale .

Seguono poi i cinque paesi dell’Asia Orientale (Cina, Giappone, Mongolia e le due Coree), che nel 2009 hanno avuto bisogno di ulteriori 29 milioni di tonnellate di latte in più rispetto al 2000 per sopperire al proprio consumo interno, che è più che raddoppiato in soli 9 anni (+104%).

Europa, Nord America ed Oceania sono ancora i maggiori consumatori al mondo di latte, con 231 milioni di tonnellate (pari ad 1/3 del consumo totale del 2009), anche se dal 2000 al 2009, il consumo annuo di latte è aumentato del  4%, contro il 22% della media mondiale. Anche in questo caso, i paesi dell’Africa Sub-Sahariana sono quelli che hanno maggiormente incrementato il consumo annuo di latte, nel 2009 più alto di 7 milioni di tonnellate rispetto al 2000 (+43%).

Nella dieta media di un abitante del pianeta si consumano sempre più oli vegetali, carne e latticini

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La quantità di calorie disponibil per un abitante del nostro pianeta, in meida, nel 2009 erano pari a 2.823 Kcal (considerando anche gli scarti e quanto viene buttato via), provenienti per  il 51% da cereali e tuberi (di cui il  46% dai cereali), il 12% da frutta secca, oli vegetali (olio di soia, olio di oliva, olio di palma, eccetera) e culture oleaginose (ad esempio soia ed olive), il 10% da carne ed uova, l’8% da zuccheri e dolcificanti, il 6% da frutta e verdura, il 5% dal latte e così via.

Rispetto al 2000, è diminuita la quota di cereali e tuberi (prima al 53%) e di dolcificanti e zucchero (prima all’8%), mentre è aumentata la quota delle colture oleaginose, gli oli vegetali e la frutta secca (prima all’11%) e del latte (prima al 4%).

Quello in atto dal 2000 (diminuzione della quota di cereali e tuberi e dolcificanti a fronte di un aumento della quota di grassi vegetali, carne ed uova) è un trend in corso da più decenni a livello mondiale: nel 1980 i cereali e i tuberi pesavano per il 56% dell’apporto calorico medio, colture vegetali, frutta secca ed oli vegetali per il 9%, dolcificanti e zucchero per il 10%, carne ed uova per il 7%.

Cresce l’appetito per i prodotti alimentari di origine animale

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La produzione mondiale di alimenti primari (non ancora trasformati) di origine animale ha raggiunto il picco massimo di 1,084 miliardi di tonnellate nel 2010 (circa sei volte e mezzo meno della produzione mondiale di prodotti alimentari di origine vegetale), con i 2/3 della produzione rappresentato dal latte, il 27% da carne, il 6% da uova e lo 0,13% da miele.

A partire dal nuovo millennio abbiamo assistito ad una maggiore crescita della produzione di alimenti di origine animale (+25%) a causa dell’affermarsi sulla scena mondiale della domanda dei paesi emergenti, che hanno iniziato a modificare la propria dieta a causa del boom economico e quindi a consumare più carne e latticini.


[1] Usato come produzione primaria, si considera la quantità necessaria a produrre i prodotti finali, quali burro, formaggio, etc…