Meno della metà dei cereali prodotti sono direttamente destinati all’alimentazione umana

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Meno della metà dei cereali prodotti – grano, orzo, riso, mais, avena e via dicendo sono la principale coltura e fonte di calorie nella dieta umana – vengono direttamente destinati all’alimentazione umana (il 45%), mentre il 34% viene destinato alla produzione di mangimi per gli animali domestici. Già il 9% dei cereali sono destinati ad “altri utilizzi”, tra cui i biocarburanti (in forte crescita dal 2009 anche se non si dispone ancora di dati precisi).

Il 56% dei tuberi (patate, carote,eccetera) sono destinati all’alimentazione umana, il 22% a diventare mangimi, mentre per i legumi il 70%è direttamente destinato all’alimentazione umana e il 17% alla produzione di mangimi. Il 44% degli oli vegetali sono destinati ad “altri utilizzi”, ovvero al settore della cosmesi, mentre il 77% delle colture oleaginose vengono trasformate (in genere in oli vegetali).

Fra le categorie di prodotti alimentari considerati, la produzione di frutta secca è quella che ha registrato il maggior incremento dal 2000 al 2009 (+66%), seguita dagli oli vegetali (+51%) e le bevande alcoliche (+38%).

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Il grano è la principale coltura, il mais quello con la maggior resa e la soia quella che ha registrato il maggior incremento dal 2000 al 2010

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E’ il grano la principale coltura del nostro pianeta, con un’estensione pari a 217 milioni di ettari (nel 2010). Seguono mais, con 162 milioni di ettari, riso, con le risaie che occupano 154 milioni di ettari e soia, con 102 milioni di ettari.

Delle prime quindici colture per estensione, la soia è quella che ha maggiormente incrementato la propria estensione tra il 2000 ed il 2010, registrando un incremento del 38%, la superficie destinata alla coltivazione del mais è aumentata del 18%, mentre quella destinata alla produzione di grano è aumentata “solamente” dell’1%. In diminuzione la superficie destinata alla coltivazione dei cereali più poveri come il miglio (-5%) e il sorgo (-1%) e delle patate (-7%).

Il mais è il cereale che garantisce in media il maggior rendimento, con 5,2 tonnellate di prodotto per ettaro, seguito dal riso, con 4,4 tonnellate per Ha e dal grano, con 3 tonnellate per Ha.

Solamente l’8% delle foreste primarie sono protette

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Oltre la metà delle foreste primarie è stata distrutta negli ultimi ottant’anni e di questi, la metà negli ultimi trent’anni. Solamente l’8% delle foreste primarie del pianeta sono protette da una legislazione efficace. Le cause di questa distruzione sono la necessità del taglio del legname, ma anche quella di fare spazio a nuovi terreni da dedicare all’allevamento o alla coltivazione della palma da olio (ampiamente impiegata dall’industria della cosmesi e dal quella alimentare), della soia e del mais (per fare mangimi destinati alla crescente popolazione di bovini, suini e pollame, che devono sfamare un mondo sempre più affamato di carne).

Solamente l’8 delle foreste primarie tropicali che si trovano in America Latina sono attualmente protette da una legislazione efficace e questo, nonostante la presenza dell’Amazzonia, la più grande foresta primaria del mondo, dove vivono circa la metà delle specie vegetali e animali del nostro pianeta. Il 55% delle foreste primarie dell’America Latina si trovano in Brasile, mentre 11 paesi le hanno completamente distrutte (Bahamas, Dominica, El Salvador, Guadalupa, Giamaica, Haiti, Martinica, Porto Rico, Trinidad e Tobago, Saint Lucia ed Uruguay). In Patagonia si trova l’altra foresta primaria (non tropicale) della regione (l’82% in Cile e l’8% in Argentina) e può contare su una legislazione che ne protegge quasi un terzo, la percentuale più alta del mondo, ma comunque ancora troppo poco per evitare che nei prossimi anni questi ambienti preziosissimi spariscano del tutto.

In Africa, le foreste primarie si addensano nel “cuore” del continente: il 93% si trova fra R.D. Congo, Congo, Camerun e Gabon. Ne viene protetto l’8,7%.

In Asia Meridionale e nel Pacifico, una delle regioni dove la foresta primaria sta sparendo più in fretta, il 57% delle foreste primarie si trovano fra Indonesia e Papua Nuova Guinea, mentre Bangladesh, Sri Lanka, Taiwan, Fiji, Nuova Caledonia e Pakistan le hanno completamente distrutte. Ne viene protetto il 12%.

In Nord America, le foreste primarie si trovano prevalentemente in Canada (l’84%), mentre il resto è negli Stati Uniti (soprattutto nella regione dell’Alaska (anche gli Usa hanno pagato il prezzo del processo di industrializzazione iniziato a fine Ottocento. Nel Nord America, nonostante sia nato il primo parco dell’epoca moderna (il Parco dello Yellowstone è stato creato nel ) solamente il 6,7% delle foreste primarie vengono protette.

In Europa, quel che rimane delle foreste primarie si trova per il 90% nella Russia Europea, il 3% in Finlandia ed un altro 3% in Svezia, mentre 36 paesi hanno completamente distrutto la propria foresta vergine. Il 15,5% delle foreste primarie dell’Europa vengono protette.

Nell’Asia Settentrionale, il 90% delle ultime foreste primarie si trovano in Russia,  mentre Iran, Kirghizistan, Azerbaigian e le due Coree le hanno completamente distrutte. Solo il 4,4% delle foreste primarie di questa regione sono protette, veramente poco se si vuole sperare di salvare la tigre siberiana, uno degli animali più a rischio d’estinzione al mondo (ne rimangono ancora circa 400 esemplari secondo Greenpeace).

Solamente cinque paesi hanno oltre il 50% delle proprie foreste ancora intatte (quindi considerate foreste primarie), e sono Canada, Guyana, Guyana Francese, Suriname e Perù. Uno dei più gravi problemi arriva dalla frammentazione delle foreste, la cui superficie originale viene divisa in più parti da strade ed insediamenti umani (urbani, agricoli od industriali), perché si rischia di alterarne il clima delle zone di confine.

I paesi ricchi i più grandi consumatori di cereali, destinati a diventare mangimi per gli animali

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Europa, Nord America ed Oceania (le tre regioni più ricche, con il 12% della popolazione mondiale) sono i maggiori consumatori al mondo di cereali (insieme rappresentano il 28% del totale), inoltre, le tre regioni più ricche del nostro pianeta sono anche quelle dove c’è stato il maggior incremento in termini assoluti dei consumi annui di cereali tra il 2000 ed il 2009 (in soli nove anni il consumo annuo delle tre regioni è aumentato di 104 milioni di tonnellate, quello mondiale di 314 mondiali), registrando un aumento dei consumi interni del 21%.

I paesi dell’Asia Meridionale e del Sud-Est asiatico (che rappresentano il 33% della popolazione mondiale) , pesano per il 22% dei consumi mondiali di cereali del 2009 e tra il 2000 ed il 2009 hanno visto aumentare il proprio consumo annuo di cereali di 80 milioni di tonnellate (ovvero il 26% dell’incremento mondiale del consumo annuo di cereali per lo stesso periodo). I paesi dell’Africa Sub-Sahariana (che rappresentano il 12% della popolazione mondiale) sono quelli che hanno maggiormente aumentato il consumo annuo di cereali nei primi nove anni del nuovo millennio (+37%), in larga parte grazie al forte incremento demografico registrato da questi paesi nel primo decennio del nuovo millennio, con la popolazione che è aumentata del 28%.

Le tre regioni più ricche destinano una quota importante del consumo annuo di cereali a fini non alimentari: il 45% dei cereali consumati in Nord America, il 59% di quelli consumati in Oceania ed il 61% di quelli consumati in Europa, vengono destinati alla produzione di mangimi destinati agli allevamenti di bovini, suini, pollame, ovini e caprini. L’utilizzo dei cereali come cibo per gli animali allevati è abbastanza correlato con il reddito di una regione (oltre con le abitudini alimentari), così ad esempio, i paesi dell’Asia Meridionale e del Sud-Est asiatico, hanno utilizzato solamente il 10,5% dei cereali consumati nel 2009 per la produzione di mangimi, quelli dell’Africa Sub-Sahariana il 12%, mentre i paesi dell’Asia Orientale o del Medio Oriente e del Nord Africa, rispettivamente il 33% ed il 29%. La maggior parte dell’orzo e del mais consumato mondialmente vengono destinati  alla produzione di mangimi (rispettivamente il 65% ed il 55%), mentre una quota minoritaria di grano (il 18%) e di riso (il 6%) sono destinati alla produzione di mangimi.

Nell’ultimo decennio è esploso il prezzo dei principali cereali

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A partire dal nuovo millennio abbiamo assistito all’impennata del prezzo dei principali cereali. Il prezzo del grano è cresciuto dell’86% da settembre del 2002 all’agosto del 2012, il valore dell’orzo si è incrementato del 123%, mentre quello del mais è letteralmente esploso, con un rialzo del 192%.

Il forte incremento del prezzo dei principali cereali è dovuto all’affermarsi delle economie emergenti sulla scena mondiale. Infatti, il maggior reddito pro-capite e l’occidentalizzazione dei costumi hanno fatto esplodere la domanda di alimenti di derivazione animale di questi paesi (carne di bovino, di suino e di pollame) e indirettamente di mangimi animali. Le altre cause sono l’aumento della popolazione mondiale (che significa un aumento della domanda di cereali) e l’affermarsi dei biocarburanti (che vanno a diminuire l’offerta di cereali destinati all’alimentazione e quindi ad aumentare la domanda mondiale di mais, grano ed orzo).