La Russia è il più grande esportatore netto di gas naturale, diretto quasi tutto in Europa

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I paesi europei sono i principali importatori di gas naturale, (anche se a livello di singoli paesi è il Giappone il  maggiore importatore netto di gas naturale, con 107 miliardi di m3 di importazioni nette) con un saldo netto negativo verso l’estero pari a 273,3 miliardi di m3.

La Germania, con un saldo netto con l’estero negativo per 72,3 miliardi di mè il principale paese europeo importatore di gas, seguita dall’Italia, con un saldo negativo di 69,4 miliardi di m3 e gli Stati Uniti (-55,4 miliardi di m3).

La Russia è il principale esportatore di gas naturale, con un saldo netto con l’estero, che nel 2011 era positivo per 191,3 milioni di m3. Al secondo posto c’è il Qatar, con 121,8 milioni di mdi export netto, seguito dalla Norvegia, con un saldo netto con l’estero positivo per 96,8 milioni di m3.

Il 93,5% delle esportazioni russe di gas naturale (ovvero 221 milioni di m3), è stato inviato tramite gasdotti verso i paesi dell’Europa e dell’Eurasia (il 18% delle esportazioni all’estero all’Ucraina, il 14% alla Germania, l’11% alla Turchia), mentre i restanti 14,39 milioni di m3di gas naturale sono stati esportati via mare (sottoforma di gas liquefatto liquido) in Asia Orientale e Sud-Orientale (9,76 milioni di m3 sono stati inviati nel 2011 al Giappone e 3,88 milioni di malla Corea del Sud).

Il Qatar – il secondo esportatore di gas –, ha inviato l’84% del proprio gas naturale sotto forma di gas liquefatto liquido, ovvero una tecnologia che necessita dei rigassificatori (21,9 milioni di mverso il Regno Unito, 15,78 milioni di mverso il Giappone e 12,99 milioni di mverso l’India). Il resto è stato inviato tramite gasdotto verso gli Emirati Arabi Uniti (17,3 milioni di m3) e l’Oman (1,95 milioni di m3).

Come si può notare, la maggior parte del commercio di gas naturale avviene fra regioni vicine, così l’Europa si rifornisce da Russia e Nord Africa, l’Asia Orientale dal Medio Oriente e gli Stati Uniti dal Canada (il 90% degli scambi di gas fra i due paesi avviene tramite gasdotto).

Lo sfruttamento dello shale gas (un tipo di gas non convenzionale) da parte degli Stati Uniti, tramite la tecnologia del frackling, che permette di estrarre (anche se a costi maggiori e un forte impatto ambientale) il gas contenuto negli scisti, sta rendendo indipendente gli USA dal gas estero ed è previsto che entro pochi anni diventino un esportatore netto di gas naturale.

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L’andamento della produzione di gas naturale dal 1970 per aree geografiche

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In Europa ed Eurasia si estrae il 31,6% della produzione mondiale di gas naturale (di cui il 75% negli ex paesi dell’Unione Sovietica, Russia in testa), in Nord America il 24,8%, in Medio Oriente il 16,1% e nei paesi dell’Asia e del Pacifico il 14,6%.

Stati Uniti e Russia sono i principali produttori al mondo di gas naturale, rispettivamente con 651,3 e 607 miliardi di metri cubi di gas naturale prodotti nel 2011 – ovvero pari a quasi il 40% della produzione mondiale.

I paesi più poveri sono anche quelli dove le concentrazioni di PM10 sono più alte

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Dal 1990 al 2008 abbiamo assistito ad una generale diminuzione della concentrazione di particolato (ed in particolare di PM10, ovvero di particolato inferiore ai 10 micron di diametro e in grado di penetrare direttamente nell’apparato respiratorio e provocare notevoli danni alla salute) nelle aree urbanizzate con più di 100.000 abitanti. Questo è dovuto al miglioramento della tecnologia (e in particolare di automobili e autobus) e alla maggior consapevolezza ambientale e quindi a tutte le misure implementate per abbattere le emissioni di PM10 (ad esempio blocchi del traffico, circolazione a targhe alterne, eccetera). 

I paesi del Medio Oriente e del Nord Africa insieme a quelli dell’Asia Meridionale sono quelli dove l’inquinamento è maggiore, mentre Nord America ed Europa quelli dove l’inquinamento è maggiore. Esiste una correlazione negativa tra reddito e livello di PM10.

 

Andamento produzione di petrolio dal 1965 ad oggi per area geografica

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Un terzo del petrolio prodotto mondialmente proviene dal Medio Oriente (dove ci sono paesi come Arabia Sausita, Iraq, Iran), un quinto da Europa ed Eurasia (dove si trovano Russia, Kazakistan e Norvegia) ed il 17% dal Nord America, a fronte di un aumento della produzione mondiale dell’ultimo decennio pari all’11,8%.

A partire dal 1965 si può notare il progressivo aumento della produzione di petrolio di praticamente tutte le regioni (Asia e Pacifico, Africa, Medio Oriente, Europa ed Eurasia e anche America Latina e Caraibica), mentre la produzione è rimasta piuttosto costante per il Nord America (USA e Canada).

Oltre 1/3 del gas naturale viene consumato dall’Europa e i paesi ex-URSS

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Europa ed Eurasia nel 2011 hanno consumato oltre 1/3 del totale dei consumi mondiali di gas naturale (di cui il 41% dei consumi nell’Unione Europea), il Nord America il 25%, mentre Asia e Pacifico il 18%.

Stati Uniti e Russia sono i principali consumatori al mondo di gas naturale, rispettivamente con 690 e 425 miliardi di m3 di gas consumato nel 2011, seguiti da Iran –con 153 miliardi di m3 di consumo – e Cina, con un consumo pari a 131 miliardi di m3

Solamente il 9% delle acque territoriali sono protette

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Solamente il 9% circa della acque territoriali dei vari paesi è protetta (una parte veramente piccola se si considera l’immensità di mari e oceani, anche se c’è da dire che questa percentuale è quasi raddoppiata a partire dal 1990.

America Latina e Nord America sono le macro-regionio più virtuose, con il 13% circa delle proprie acque territoriali protette da parchi o riserve, mentre i paesi dell’Asia Meridionale (India, Pakistan, Bangladesh e Maldive) e del Medio Oriente e del Nord Africa sono i meno virtuosi, con il 2% circa della propria superficie protetta.

Commercio di petrolio: deficit e surplus per regioni

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L’Europa (compresi i paesi dell’Europa Centrale (Albania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, ex-Yugoslavia, Ungheria, Polonia, Romania) è la “regione” maggiormente dipendente dall’estero per il petrolio, avendo dovuto ricorrere ad importazioni nette con l’estero per 3.308 milioni di barili di petrolio. Il petrolio diretto all’Europa proviene per il 50% dai paesi dell’ex-URSS (Russia in testa, ma anche Kazakistan e Azerbajigian), per il 21,1% dal Medio Oriente, per il 9,7% dall’Africa Sub-Sahariana e l’8,3% dal Nord Africa.

Gli Stati Uniti – che sono il paese che consuma la maggior quantità di petrolio al mondo –, nel 2011 hanno maturato un saldo netto con l’estero negativo per 3.254 milioni di barili di petrolio. La più grande economia del mondo ha infatti dovuto importare dall’estero quasi la metà (il 47,3%) del petrolio consumato internamente nel 2011, proveniente per il 30,5% da America Latina e Caraibica, per il 24% dal Canada, per il 17,1% dal Medio Oriente e per il 12,2% dall’Africa Sub-Sahariana. Lo sfruttamento del petrolio non convenzionale americano sta portando però a una diminuzione del deficit USA con l’estero.

Anche la Cina – che è il secondo consumatore al mondo di petrolio -, si trova in una situazione analoga a quella degli Usa, avendo (nel 2011) dovuto ricorrere ad importazioni nette per 1.843 milioni di barili di petrolio, pari al 52% del petrolio consumato internamente. La Cina si è approvvigionata (nel 2011) prevalentemente dal Medio Oriente (per il 42% delle importazioni), ma anche dai paesi dell’ex-URSS (per il 14,8%) e dall’Africa Sub-Sahariana (per il 12,9%).

Il Medio Oriente è in assoluto la regione che presenta il maggior surplus netto nel commercio di petrolio, pari a 6.368 milioni di barili.

Sudamerica, Africa Sub-Sahariana, Cina, Russia e USA: ecco dove ci sono le più grandi disuguaglianze

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Per capire il livello di disuguaglianza all’interno di un paese, si considera la distribuzione (percentuale) del reddito di un paese fra la popolazione, che viene divisa in un certo numero di quantili, cioè parti uguali. Quando una piccola parte della popolazione possiede una parte molto consistente del reddito di quel paese, vi sarà molta iniquità, quando invece il reddito viene distribuito fra la popolazione in modo piuttosto omogeneo, vi sarà equità.

Dalla distribuzione del reddito interno del campione dei venti paesi considerati, emerge che i paesi del Sudamerica, dell’Africa Sub-Sahariana, la Cina, il Qatar, la Russia, la Turchia e gli Stati Uniti, presentano le maggiori disuguaglianze interne, con l’indice Gini sopra quota 40.

E’ il Sud Africa il paese con la maggior iniquità interna (fra i 21 considerati), con il 10% della popolazione più ricca che possiede quasi il 60% del reddito prodotto dal paese (nel 2006), mentre il 10% più povero si deve accontentare di solo l’1,07% del reddito prodotto. Anche in Cina (ricordiamo, paese ufficialmente comunista), le disuguaglianze interne rimangono comunque alte: il 10% più ricco possiede il 31,4% del reddito, quello più povero il 2,37%. Gli Stati Uniti – il paese più ricco al mondo -, presentano contrasti interni piuttosto alti: ha un indice Gini pari a 40,81 ed il 10% più ricco detiene quasi un terzo del reddito prodotto dagli Usa, mentre a quello più povero spetta l’1,88% del pil americano (dati del 2000).

Dal campione analizzato, paesi caratterizzati da una buona equità sociale sono invece quelli europei (la Germania ha un indice Gini pari a 28,31, l’Italia al 36,03, la Polonia 34,21, la Spagna al 34,66), alcuni del Medio Oriente e Nord Africa (l’Egitto ha un indice Gini pari a 32,14, l’Iran pari a 38,28), l’Asia Meridionale (l’indice Gini dell’India è 36,8, quello del Pakistan 32,74) e l’Indonesia, con un indice Gini pari a 36,76.

Disponibilità d’acqua: ecco le regioni che avranno i maggiori problemi e quali invece non ne avranno

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Il Sudamerica è la regione che ha a disposizione la maggior quantità di acqua rinnovabile (non considerando le precipitazioni piovose), pari a 12.380 km3, ovvero il 29% del totale, mentre al secondo posto c’è il Nord America, con una quantità pari a 6.077 km3. L’Oceania è invece la regione che ha a disposizione il maggior quantitativo di acqua rinnovabile per persona: la media per ogni abitante è pari a 33.469 km3 all’anno. Al secondo posto c’è il Sudamerica, con in media 32.165 km3 di acque interne disponibili ogni anno per i propri abitanti, mentre al terzo posto c’è l’Europa Orientale (compresa l’intera Federazione Russa), con 21.430 km3 di acqua rinnovabile disponibile per persona.

Nord-Africa, Asia Meridionale ed Asia Occidentale sono le regioni che hanno invece a disposizione il minor quantitativo di acqua rinnovabile per abitante, rispettivamente pari a 286, 1.125 e 1.632 km3 l’anno.

Nonostante tutti i proclami, la globalizzazione ha fatto aumentare il numero di poveri

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Nel 2005 (ultimo dato disponibile alla stesura del libro), 2,55 miliardi di persone vivevano ancora con meno di 2 dollari al giorno (sotto quindi ogni soglia di povertà), ovvero il 40% della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà estrema.

Di questi, la maggior parte si trova in Asia Meridionale (1,09 miliardi, ovvero il 43% dei poverissimi nel mondo), seguita da Pacifico ed Asia Orientale (con 732 milioni, ovvero il 29% del totale) ed Africa Sub-Sahariana (con 550 milioni, ovvero il 22% della popolazione che vive con meno di 2 dollari al giorno).

Dal 1981 al 2005, il numero di persone che nel nostro pianeta vivono con meno di 2 dollari al giorno è aumentato di 19 milioni (per cui si può affermare che dal 1981 al 2005 la povertà non è affatto diminuita), anche se questo dato potrebbe essere molto più grande (nel 1999 c’erano 2,87 miliardi di “poverissimi” nel mondo) se a partire dal nuovo millennio non ci fosse stata la grande crescita economica della Cina (dai 971 milioni di “poverissimi” del 1981 ai 473 milioni del 2005) e delle economie dell’Asia Orientale (dal 1981 al 2005 i paesi del Pacifico e dell’Asia Orientale –  compresa la Cina – hanno visto diminuire del 43% il numero di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno).

Nel periodo considerato, l’Africa Sub-Sahariana si ritrova con una popolazione di “poverissimi” cresciuta del’87%, l’Asia Meridionale del 37%, l’Europa ed i paesi dell’Asia Centrale del 17%, il Medio Oriente ed il Nord Africa del 13%, l’America Latina e Caraibica del 5%, anche se anche in questo caso, almeno per i paesi dell’Europa e dell’Asia Centrale, come per quelli dell’America Latina e Caraibica, dal 1999 al 2005 il numero di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno, si è ridotto rispettivamente del 38% e del 15%. Non è invece diminuito il numero di “poverissimi “ – a partire dal Nuovo Millennio – nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, dell’Asia Meridionale e dell’Africa Sub-Sahariana, rispettivamente incrementato dell’1%, del 5% e del 9%. 

E’ quindi innegabile il fatto che la globalizzazione e questo nuovo paradigma economico hanno portato ad un aumento della povertà nel nostro pianeta, in termini assoluti.