Aumento della popolazione e miglioramento dello stile di vita: ma stiamo liquidando il capitale naturale

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Dal 1961 al 2008 abbiamo assistito ad un aumento dell’impronta ecologica pro-capite media di ogni essere umano del pianeta del 12,5%, ma quello che è successo è che nel frattempo la polazione è passata dai 3,1 miliardi del 1961 ai 6,7 miliardi del 2008.

Nel quasi cinquant’anni considerati, la capacità biologica pro-capite del pianeta (ovvero la quantità di ettari a disposizione per i terreni agricoli, i pascoli, le foreste e i mari necessari a sostenere ogni singola persona) è passata dai 3,2 ettari agli 1,8 (ovvero -44%), a fronte della necessità di un’impronta ecologica pari a 2,7 ettari per persona. Questo significa che è dagli anni Settanta che stiamo liquidando il capitale naturale per sostenere il nostro stile di vita.

C’è però da considerare che l’impronta ecologica è comunque un indicatore che non tiene conto di tutte le risorse naturali necessarie a mantenere l’attuale stile di vita dell’uomo (non sono contemplate le risorse minerarie o le risorse idriche) e delle varie forme di inquinamento, come gli inquinanti organici persistenti o le varie forme di rifiuti (dalle isole di plastica che si sono formate negli oceani ai rifiuti radioattivi o la contaminazione della biosfera da parte degli OGM).

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In declino le catture degli altri tonnidi l’inudustria della pesca si butta sulla verdesca

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Anche l’andamento delle catture di altri tonnidi (Thunnus maccoyii, Thunnini, Makaira indica, eccetera) è in declino (vedi grafico), così l’industria della pesca, dalla fine degli anni Novanta – il periodo del declino di tutte le specie di predatori marini classici (dal tonno al pesce spada, al marlin) –, si è buttata alla pesca di un altro predatore: la verdesca (questa volta appartenente alla famiglia degli squali). Come si può vedere le catture di verdesca sono aumentate considerevolmente negli ultimi anni, raggiungendo le 65.138 tonnellate nel 2010.

Ma è solo questione di tempo e poi anche le catture di verdesca, se si lascerà fare alle grandi multinazionali della pesca, inizieranno a declinare, sintomo della minaccia alla sopravvivenza dell’animale, come è già per tutti gli altri grandi predatori dei mari.

Deficit e surplus di spazio da destinare alla produzione di legname e alla pesca

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Il Brasile ha le maggiori riserve al mondo di legname (pari a 1.283 milioni di ettari di foreste), ed è seguito da Russia, Canada, Stati Uniti e Bolivia, mentre è l’India il paese con il più grande deficit di legname (nel 2008 ha avuto bisogno dell’equivalente di 112 milioni di ettari di foreste al di fuori del proprio confine per sopperire ai consumi interni), ed è seguita da Etiopia, Nigeria e Regno Unito.

La Russia ha invece la più grande riserva al mondo di area biologicamente riproduttiva destinata alla pesca, con 141 milioni di ettari oltre il proprio fabbisogno interno, seguono Canada e USA. E’ invece la Cina il paese con il più grande deficit di spazio bioproduttivo da destinare alla pesca (41 milioni di ettari), ed è seguita dal Giappone, la Thailandia e le Filippine.

Ecco quali sono i primi dieci paesi per surplus e deficit pro-capite di capacità biologica

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La capacità biologica pro-capite è un indice che è stato calcolato dagli scienziati che hanno creato il concetto di impronta ecologica, ovvero la quantità di spazio bioproduttivo, cioé di campi, foreste e zone pescose di un determinato paese al netto dei consumi interni.

In questa particolare classifica, troviamo al primo posto il Gabon (con 26,9 ettari di surplus di capacità biologica disponibile per ogni suo abitante), al secondo posto la Bolivia (15,8 ettari a testa) e il Congo (11,1 ettari a testa) al terzo posto. In linea teorica questi paesi, dato il territorio in cui vivono e l’impatto della propria popolazione, avrebbero ancora un ampio margine di sfruttamento del territorio. Ai primi posti troviamo anche grandi paesi come Canada, Australia e Brasile.

I paesi con il più alto deficit pro-capite di spazio bioproduttivo sono invece i piccoli paesi del Golfo Persico (Qatar, Kuwait, E.A.U.) produttori di petrolio, ma anche piccoli paesi come Singapore, Belgio o Paesi BAssi. Questi paesi dovrebbero ridurre la propria impronta ecologica pro-capite, perché stanno scaricando sul resto del pianeta il proprio impatto ambientale, in termini di consumo di risorse naturali.

Continua lo svuotamento dei mari: -51% le catture delle specie minori dal 1988 al 2010

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Se l’andamento delle catture delle specie più pregiate è in pericolo declino (-31% dal 1994 nonostante l’esplosione della domanda), notiamo che non vi è molta differenza per quanto riguarda alcune delle specie di minore valore commerciale. A quanto pare, l’industria della pesca ha già abbondantemente sfruttato anche queste specie.

Palamita, Tonnetto alletterato, Sgombro macchiato, tombarello e via dicendo, sono anch’esse specie sovrasfruttate e le catture di queste “specie minori” sono in declino così come quelle delle “specie maggiori”. Nel 1988, il totale delle catture di queste “specie minori” fu di 147.202 tonnellate, nel 2010 di 71.987, inferiore alla metà di quanto pescato alla fine degli anni Ottanta.