Negli ultimi 40 anni abbiamo assistito al rallentamento della crescita del PIL e della popolazione mondiale

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Dal 1970 al 2010, il tasso di crescita del PIL mondiale si è (quasi) sempre mantenuto al di sopra del tasso di crescita della popolazione, indicando quindi un aumento della produzione aggregata (e quindi della ricchezza) maggiore rispetto a quello della popolazione. Si può però anche notare un trend discendente per entrambe le variabili considerate; la crescita media della popolazione è passata dal 2% del 1970 all’1% circa del 2010 (dimezzata in quarant’anni), così come di può scorgere un trend decrescente del PIL, che dal 1970 ha iniziato a rallentare la propria crescita a livello globale.

Il rallentamento dei tassi di crescita del pil mondiale è un processo iniziato dagli anni Settanta e dovuto ad una serie di cause, fra cui l’andamento decrescente dei benefici dovuti all’aumento della produttività apportato dalle tecnologie della II Rivoluzione Industriale (energia elettrica, automobile, telefono) e gli alti costi delle materie prime (in particolare del petrolio, con i due shock petroliferi degli anni Settanta).

 

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Sudamerica, Africa Sub-Sahariana, Cina, Russia e USA: ecco dove ci sono le più grandi disuguaglianze

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Per capire il livello di disuguaglianza all’interno di un paese, si considera la distribuzione (percentuale) del reddito di un paese fra la popolazione, che viene divisa in un certo numero di quantili, cioè parti uguali. Quando una piccola parte della popolazione possiede una parte molto consistente del reddito di quel paese, vi sarà molta iniquità, quando invece il reddito viene distribuito fra la popolazione in modo piuttosto omogeneo, vi sarà equità.

Dalla distribuzione del reddito interno del campione dei venti paesi considerati, emerge che i paesi del Sudamerica, dell’Africa Sub-Sahariana, la Cina, il Qatar, la Russia, la Turchia e gli Stati Uniti, presentano le maggiori disuguaglianze interne, con l’indice Gini sopra quota 40.

E’ il Sud Africa il paese con la maggior iniquità interna (fra i 21 considerati), con il 10% della popolazione più ricca che possiede quasi il 60% del reddito prodotto dal paese (nel 2006), mentre il 10% più povero si deve accontentare di solo l’1,07% del reddito prodotto. Anche in Cina (ricordiamo, paese ufficialmente comunista), le disuguaglianze interne rimangono comunque alte: il 10% più ricco possiede il 31,4% del reddito, quello più povero il 2,37%. Gli Stati Uniti – il paese più ricco al mondo -, presentano contrasti interni piuttosto alti: ha un indice Gini pari a 40,81 ed il 10% più ricco detiene quasi un terzo del reddito prodotto dagli Usa, mentre a quello più povero spetta l’1,88% del pil americano (dati del 2000).

Dal campione analizzato, paesi caratterizzati da una buona equità sociale sono invece quelli europei (la Germania ha un indice Gini pari a 28,31, l’Italia al 36,03, la Polonia 34,21, la Spagna al 34,66), alcuni del Medio Oriente e Nord Africa (l’Egitto ha un indice Gini pari a 32,14, l’Iran pari a 38,28), l’Asia Meridionale (l’indice Gini dell’India è 36,8, quello del Pakistan 32,74) e l’Indonesia, con un indice Gini pari a 36,76.

Con la meccanizzazione dell’agricoltura e l’urbanizzazione della popolazione crolla la natalità

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La diminuzione del tasso di crescita naturale della popolazione è un processo correlato positivamente con il reddito (all’aumentare del reddito diminuisce la natalità).

Il principale motivo di questo fenomeno è dovuto alla meccanizzazione dell’agricoltura (viene meno il bisogno di avere tante braccia in famiglia) e l’avvento di monocolture estensive in genere destinate all’esportazione (almeno per i paesi in via di sviluppo). Questo fenomeno porta alla fine dell’agricoltura di sussistenza intensiba e alla conseguente migrazione della popolazione dalle campagne alle città.

In città, per motivi che sono economico-sociali (alto costo della vita, scarsità degli spazi, impossibilità di portare i figli al lavoro da parte delle madri, eccetera), ma anche culturali (come ad esempio l’affermarsi dell’individualismo), si assiste alla diminuzione del tasso di natalità della popolazione urbanizzata.

Cinque fra i quindici paesi più popolati del 2050 saranno africani

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Secondo le stime dei demografi, nel 2015 sul nostro pianeta ci saranno 7,28 miliardi di persone, nel 2025 8 miliardi e nel 2050 avremo raggiunto la strabiliante cifra di 9,31 miliardi di abitanti.

Entro il 2025 l’India sarà il paese più popolato al mondo (con 1,46 miliardi di persone) e l’Africa entro il 2050 avrà cinque fra i quindici paesi più popolati al mondo: Nigeria (390 milioni di abitanti), Repubblica Democratica del Congo (149 milioni di abitanti), Etiopia (145 milioni di abitanti), Tanzania (138 milioni di abitanti) ed Egitto (124 milioni di abitanti).

Oltre a Cina ed India, l’Asia nel 2050 avrà fra i quindici paesi più popolati al mondo anche l’Indonesia (294 milioni di abitanti), il Pakistan (275 milioni di abitanti), il Bangladesh (194 milioni di abitanti) e le Filippine (155 milioni di abitanti).  Gli altri rappresentanti dei primi 15 paesi più popolati del 2050 saranno (oltre agli USA) Brasile, Messico e Russia.

La regione dell’Asia Orientale e del Pacifico è quella che conta di più (per popolazione e PIL)

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La macro-regione “Pacifico ed Asia dell’Est” (fra cui Giappone, Australia, Corea, Cina, Indonesia, eccetera) è la regione più importante sia per quanto riguarda la produzione aggregata (PIL) del nostro pianeta, che per la popolazione, anche se esiste ancora una sproporzione fra popolazione (pari al 32,18% del pianeta) e PIL (28% del totale).

“Europa ed Asia Centrale” (Europa e paesi ex-URSS) e “Nord America”, sono le due macro-regioni con la maggior ricchezza pro-capite, con la prima che con il 13,01% della popolazione possiede una fetta del PIL mondiale pari a quasi 1/3 (27%), mentre la seconda, con solalamente il 5,02% della popolazione detiene il 21% del reddito mondiale.

Asia del Sud” (India, Pakistan, Bangladesh, eccetera) e “Africa Sub-Shariana” sono le regioni più povere (in rapporto alla popolazione), infatti, la prima con il 23,09% della popolazione pesa per il 7% dell’economia mondiale, mentre alla seconda, con il 12,49% della popolazione mondiale spetta la quota di reddito più misero, pari al 3% del totale.

Il prezzo del legname è cresciuto fino al 1993, ma poi è lentamente sceso

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Il prezzo dei futures sul legname (in genere si tratta di legname segato) al mercato delle materie prime più importante del mondo (il Chicago Mercantile Exchange), ha toccato un massimo nel 1993, quando per un board feet di legname di varia lunghezza erano necessari 479 dollari. Da allora, il prezzo del legname si trova in un trend discendente di lungo periodo, anche se ci sono stati alcuni balzi al rialzo (ad esempio nel 1996, nel 2004 e nel 2005, nel 2010).

Il prezzo del legname è influenzato positivamente dall’attività economica (in una fase di ciclo espansivo tende ad aumentare la domanda e di conseguenza il prezzo) e dalla crescita della popolazione, che logicamente domanda legname per svariati impieghi (dall’arredamento della propria abitazione alla carta necessaria per stampare i libri, etc…), mentre è influenzato negativamente da un aumento della produzione (superiore alla domanda), l’arrivo di nuove tecnologie che ne diminuiscano il consumo o l’utilizzo di prodotti sostituti (ad esempio tramite l’utilizzo di altre fibre per produrre carta o della plastica al posto del legno negli imballaggi).

Negli ultimi 50 anni, ogni abitante del pianeta ha visto diminuire del 78% la superificie bioproduttiva a disposizione

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L’impronta ecologica pro-capite (un indicatore, che permette di calcolare l’utilizzo di risorse da parte degli uomini rispetto alla capacità del nostro pianeta di rigenerarle) si è mantenuta più o meno stabile negli ultimi cinquant’anni (intorno ai 2,7 ettari globali per persona), mentre è diminuita la capacità biologica disponibile per ogni abitante del nostro pianeta: nel 1961 era di 3,2 ettari globali, nel 2008 era 1,8 ettari globali, questo significa che abbiamo assistito a una diminuzione pari al 78% della superficie bioproduttiva in soli quarantasette anni.

Nel mondo, non tutti i paesi hanno la stessa impronta ecologica e questo dipende dai diversi consumi di risorse naturali della propria popolazione (i paesi ricchi ad esempio consumano più energia e quindi necessitano di una maggiore superficie forestale per assorbire l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera) e dalla fortuna o meno di disporre di un buon capitale naturale (in termini di foreste, terreni da coltivare, riserve ittiche, eccetera).

Cina, Stati Uniti, India e Giappone sono i paesi che hanno accumulato i maggiori deficit di capacità biologica pro-capite – cioé hanno fatto ricadere il proprio impatto ambientale sugli altri paesi.

L’ecatombe di animali registrata dal 1970 al 2008 è dovuta all’attività dell’uomo

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Considerando la variazione del Living Planet Index, l’indice elaborato dal WWF che dal 1970 effettua campioni su popolazioni di specie di vertebrati differenti (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci) in tutto il mondo per valutarne la numerosità e quindi lo stato di salute degli ecosistemi in cui vivono, ha registrato dal 1970 al 2008 una flessione negativa del 28%.

Significa quindi che l’attività dell’uomo (inquinamento, urbanizzazione e costruzione di infrastrutture, agricoltura ed allevamento intensivi, disboscamento, erosione del suolo, pesca intensiva e caccia, costruzione di grandi dighe, eccetera) sta aumentando le pressioni sulle popolazioni di animali, che si stanno assottigliando sempre di più. Esistono però marcate differenze fra gli ecosistemi tropicali (comprese fra il Tropico del Cancro ed il Tropico del Capricorno) e quelli temperati. Infatti, l’indice che misura la numerosità delle popolazioni animali negli ecosistemi tropicali è diminuito del 61% dal 1970 al 2008, mentre quello relativo agli ecosistemi temperati ha mostrato (in controtendenza) una variazione positiva del 31%.

Se, ad un primo impatto, almeno quest’ultima sembra essere una notizia positiva, occorre però precisare che il WWF non dispone di dati anteriori al 1970 e, considerando che quasi tutti i paesi ricchi si concentrano nell’emisfero Boreale (ed in particolare nei climi più temperati), non possiamo certo sapere quali siano state le perdite registrate nelle popolazioni e nelle specie animali quando questi paesi si sono industrializzati ed hanno iniziato le pratiche dello sfruttamento intensivo della terra, tramite deforestazione ed agricoltura intensiva (tutto questo è successo in larga parte prima del 1970). Infatti, nei paesi sviluppati, una parte della grande ricchezza creata è stata indirizzata all’istituzione di parchi ed aree marine protette, per cercare di salvare il salvabile dopo che lo sviluppo economico ha distrutto gran parte dell’habitat originario (foreste primarie dell’Europa, praterie nordamericane, eccetera).

La popolazione terrestre di animali fra il 1970 ed il 2008 è aumentata del 5% negli ecosistemi temperati, mentre si è praticamente dimezzata in quelli tropicali (-44%). Nei mari degli ecosistemi temperati c’è stato un consistente aumento della popolazione animale (+53%), ma nei mari tropicali, il 63% della materia vivente è stata distrutta in neanche 40 anni. Se nelle acque dolci dei climi temperati si è potuto registrare un discreto incremento delle popolazioni animali, che hanno mostrato un +36% (ad esempio con la reintroduzione della lontra), in quelle dei climi tropicali c’è stata una vera e propria ecatombe: il 70% degli animali che abitavano questi ecosistemi nel 1970 sono spariti per sempre. Dal 1970 al 2008, in America Latina e Caraibica, la popolazione animale si è dimezzata, nell’Africa Sub-Sahariana ne è sparito oltre un terzo, nelle regioni del Pacifico e nell’Asia al di sotto dell’Himalaya (una delle zone più densamente popolate al mondo), se ne sono andati i due terzi della popolazione di animali presente quarant’anni fa.

Questo è il prezzo da pagare per il progresso e l’industrializzazione.

L’aspettativa di vita alla nascita è aumentata grazie alla diminuzione della mortalità infantile

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Negli ultimi cinquant’anni anni abbiamo assistito ad un generale aumento dell’aspettativa di vita alla nascita della popolazione, passata, a livello mondiale dai 53 anni del 1960 ai 69 anni del 2010.

C’è quindi stato un generale allungamento della vita media delle persone sul nostro pianeta, anche se occorre notare che, questo effetto dipende principalmente dalla diminuzione della mortalità infantile nei primi mesi di vita. Migliori condizioni igieniche, un’alimentazione adeguata nei primi anni di vita, un sistema sanitario efficiente e soprattutto la garanzia dell’accesso all’acqua sono le premesse affinché possa calare il tasso di mortalità, in particolar modo di quella infantile.

Tutti questi aspetti sono positivamente correlati con il reddito pro-capite di un paese.

Meno di 1/6 della popolazione mondiale detiene più della metà del reddito mondiale

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La Banca Mondiale divide i 193 stati del nostro pianeta in quattro gruppi a seconda del reddito pro-capite (in questo caso del prodotto nazionale pro capite): paesi a reddito alto, ovvero i paesi con un reddito annuo maggiore o uguale a 12.276 dollari, paesi a reddito medio-alto, ovvero i paesi con un reddito fra 3.976 e 12.275 dollari, paesi a reddito medio-basso, ovvero i paesi con un reddito fra 1.006 e 3.975 dollari ed infine paesi a reddito basso, ovvero quelli con un reddito uguale o inferiore a 1.005 dollari.

I paesi ad alto reddito rappresentano – in termini di pil PPA costante del 2005 – quasi la metà (cioè il 48%) del contributo alla crescita del PIL annuo mondiale nel periodo che va dal 1980 al 2010. Seguono i paesi a reddito medio-alto (tra cui la Cina), con una quota pari al 36% del maggior valore della produzione creato nel 2010 rispetto al 1980. I paesi a reddito medio-basso (tra cui l’India) hanno invece contribuito al 14% dell’incremento del PIL annuo mondiale nel periodo considerato ed infine quelli a basso reddito per l’1% .

I paesi a reddito alto rappresentano il 55,19% del PIL mondiale del 2010 (con il 16,57% della popolazione), quelli a reddito medio-alto il 31,61% (ed il 36% della popolazione), quelli a reddito medio-basso l’11,92% (ed il 35,90% della popolazione ed infine quelli a reddito basso l’1,35% (e l’11,53% della popolazione mondiale).

Non si tratta certo di una distribuzione egualitaria della ricchezza materiale prodotta globalmente.