L’aumento del prezzo alla produzione dei prodotti agricoli

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L’andamento dell’indice del prezzo alla produzione per le varie categorie di prodotti agricoli negli Stati Uniti, ha registrato un aumento del 44% per l’intero comparto agricolo (in questo caso non si considerano gli ulteriori aumenti di prezzo dovuti ai vari passaggi della distribuzione fino al supermercato, alla lavorazione e al confezionamento).

L’incremento maggiore è stato registrato dai cereali (grano, mais, orzo, riso, eccetera), il cui prezzo alla produzione è cresciuto del 108% nel periodo consideratro, seguono le colture oleaginose (soia, colza, girasole, eccetera), il cui prezzo è incrementato del 94% e le uova (+46%).

Il forte incremento del prezzo alla produzione delle varie commodity agricole è dovuto all’aumento dei costi (e in particolare del prezzo del petrolio, da cui l’agricoltura industriale dipende completamente, sia per i fertilizzanti che per erbicidi, pesticidi e il carburante) e all’incremento della domanda, trainata dall’affermarsi dei paesi emergenti sulla scena mondiale.

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In 8 anni è più che raddoppiato il prezzo di olio di palma, olio di soia e del cotone

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Il prezzo dei due principali oli vegetali, l’olio di palma e l’olio di soia, sono aumentati rispettivamente del 140% e del 110% rispetto al 2002, raggiungendo, nel settembre del 2010, il primo il prezzo di 885 dollari per tonnellata ed il secondo quello di 930 dollari per tonnellata.

Come per il grano, le due commodity agricole hanno raggiunto un massimo nella primavera del 2008 (l’olio di palma a marzo 2008, quando raggiunse il prezzo di 1.147 dollari per tonnellata, mentre l’olio di soia nel giugno del 2008, quando raggiunse il prezzo di 1.414 dollari per tonnellata). Il prezzo del cotone – la principale coltura da fibra – è aumentato del 114% dal settembre del 2002 al settembre del 2010 ed è cresciuto molto a partire dalla primavera del 2009 – l’inizio della ripresa dei mercati azionari mondiali dopo il crac di Lehman Brothers nell’autunno del 2008.

Nel 2008 il prezzo del grano era più che raddoppiato rispetto al 2002

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L’aumento della domanda mondiale di cereali (i consumi sono aumentati del 17% dal 2000 al 2009), proveniente principalmente dai paesi dell’Asia Meridionale e del Sud-Est asiatico e dalle regioni più ricche (Europa, Nord America ed Oceania), ha portato ad un aumento del 45% del prezzo del grano (il principale cereale per produzione e superficie coltivata) tra settembre 2002 e settembre 2010, quando quotava 271,69 dollari per bushel, anche se, dal grafico si può chiaramente vedere che a marzo 2008 toccò un massimo di 439,72 dollari per bushel (+134% rispetto a settembre 2002).

Produzione e prezzo dei metalli del gruppo del platino – tra i più rari al mondo.

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Per metalli del gruppo del platino, si intendono un gruppo di sei metalli che hanno in comune molte proprietà chimiche – oltre alla rarità ed il conseguente alto prezzo –, ovvero: rutenio, platino, rodio, osmio, palladio ed iridio.

Dopo aver raggiunto il picco della produzione nel 2007 (quando vennero prodotti 511 tonnellate di metalli del gruppo del platino), la produzione è diminuita, principalmente per i notevoli passi avanti nell’efficienza della tecnologia per produrre marmitte catalitiche, che ora richiedono una minor quantità dei preziosi metalli e per la sostituzione del nickel al palladio nell’industria dell’elettronica (in particolare per i cellulari).

Il Sud Africa, oltre ad avere il 75% delle riserve mondiali di platino (secondo le stime del British Geological Survey Statistics), è attualmente il principale produttore del prezioso metallo, con una produzione di 165.835 kg nel 2007 (pari all’80% del totale), seguito dalla Russia, con 23.000 kg, il Canada, con 8.100 kg e lo Zimbabwe, con 5.000 kg. Russia e Sudafrica si spartiscono poco più dell’85% della produzione mondiale di palladio del 2007 (96.800 kg la prima e 86.461 kg il secondo), seguono poi Canada (con 14.100 kg) e Stati Uniti (con 13.312 kg). Il palladio ed il platino contenuti nelle vecchie marmitte catalitiche vengono di norma riciclati (le vecchie marmitte catalitiche vengono fuse ad alte temperature insieme al ferro o al rame, per scindere la parte di platino o palladio).

Negli ultimi dieci anni è esploso il prezzo del tungsteno, uno dei metalli più strategici per il futuro

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La Cina è il paese con le maggiori riserve al mondo di tungsteno (pari al 64% del totale) ed è – anche in questo caso –  il principale produttore al mondo di tungsteno, con una produzione pari all’81% del totale nel 2009. Seguono Canada e Russia (entrambi con il 4% della produzione mondiale).

Anche in questo caso, la domanda cinese di tungsteno (il dragone cinese ne consuma un terzo dell’intera produzione mondiale) ha fatto balzare il prezzo di uno dei metalli più strategici per il futuro (la Commissione Europea lo considera “critico” per l’economia europea, mentre Cina, Russia, Giappone e USA hanno adottato una politica di immagazzinamento a fini precauzionali del prezioso metallo).

In soli cinque anni – dal 2003 al 2008 –, il prezzo del tungsteno (in US$ costanti) è aumentato del 245%, contro un incremento della produzione pari al 32%. Il tungsteno è fra i metalli più riciclati (se ne può recuperare il 98%), a causa del suo elevato valore e delle sue caratteristiche intrinseche.

Terre rare, indispensabili per le nuove tecnologie ma monopolio della Cina

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Nel 2010 la Cina ha prodotto il 97% dell’intera produzione mondiale di terre rare, non tanto perché riserve di terre rare si trovino solamente in Cina, ma grazie ai bassi costi di produzione (nelle miniere cinesi di terre rare, i diciassette metalli sono in genere più facilmente estraibili che altrove) che impediscono attualmente ad altri paesi di competere (le miniere di terre rare della California – un tempo fra le più produttive – sono state tutte abbandonate intorno agli anni Ottanta).

La Cina ha però imposto nel 2009 alcune misure per limitare l’estrazione e quindi l’esportazione all’estero di terre rare, creando subito forti pressioni sul prezzo di questi importantissimi composti chimici.

L’aumento della domanda mondiale di terre rare – trainata dai consumi dei paesi emergenti (il consumo cinese nel 2010 è stato pari a 70.000 tonnellate, ovvero il 53% del totale) e dalla rapida diffusione delle nuove tecnologie dell’ICT – insieme alle misure decise da Pechino per ridurne la produzione, hanno portato ad un vero e proprio exploit del prezzo di questi metalli.

Dal 2006, anno in cui c’è stato il picco di produzione mondiale di terre rare (pari a 137.00 tonnellate), il prezzo (in dollari costanti) è aumentato in soli quattro anni del 360%, a fronte di un decremento della produzione del 3%

Il prezzo del legname è cresciuto fino al 1993, ma poi è lentamente sceso

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Il prezzo dei futures sul legname (in genere si tratta di legname segato) al mercato delle materie prime più importante del mondo (il Chicago Mercantile Exchange), ha toccato un massimo nel 1993, quando per un board feet di legname di varia lunghezza erano necessari 479 dollari. Da allora, il prezzo del legname si trova in un trend discendente di lungo periodo, anche se ci sono stati alcuni balzi al rialzo (ad esempio nel 1996, nel 2004 e nel 2005, nel 2010).

Il prezzo del legname è influenzato positivamente dall’attività economica (in una fase di ciclo espansivo tende ad aumentare la domanda e di conseguenza il prezzo) e dalla crescita della popolazione, che logicamente domanda legname per svariati impieghi (dall’arredamento della propria abitazione alla carta necessaria per stampare i libri, etc…), mentre è influenzato negativamente da un aumento della produzione (superiore alla domanda), l’arrivo di nuove tecnologie che ne diminuiscano il consumo o l’utilizzo di prodotti sostituti (ad esempio tramite l’utilizzo di altre fibre per produrre carta o della plastica al posto del legno negli imballaggi).

L’appetito della Cina ha fatto esplodere il prezzo del rame negli ultimi dieci anni

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Dal 2002 al 2010, la domanda di rame è aumentata rapidamente a causa dell’appetito dell’economia cinese (che consuma un quarto del rame prodotto ogni anno), ma la produzione è aumentata di solamente 2.500 milioni di tonnellate (registrando un +18%), troppo poco per contenere l’aumento della domanda mondiale e questo ha portato ad un’esplosione del prezzo del rame, che ha registrato nel periodo considerato un aumento (in US$ costanti del 1998) del 268%.

Negli ultimi due decenni è esploso il prezzo del gas naturale, ma non negli USA

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Il prezzo del gas naturale scambiato in Europa ed in Giappone ha visto un notevole incremento nell’ultimo decennio (dal 2001 al 2011), registrando rispettivamente un +190% e +118%, a causa dell’aumento della domanda dei paesi emergenti asiatici (su tutti Turchia, Cina ed India).

Diversamente, il prezzo dello Henry Hub statunitense, che era piuttosto correlato con gli altri due indici (ed il petrolio) fino al 2008, è poi sceso bruscamente (-55%), a causa dello sfruttamento dello shale gas (un tipo di gas non convenzionale estratto da rocce scistose tramite una tecnica particolare detta frackling, che utilizza grandi quantitativi di una soluzione di acqua ed additivi chimici per estrapolare il gas da queste rocce) negli Stati Uniti.

Mancano solamente tre decenni all’esaurimento del rame

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Delle 467.000 tonnellate di riserve accertate di rame, circa un terzo si trovano in Cile, che nel 2005 ha prodotto il 35% dell’intera produzione mondiale (soprattutto grazie ai giacimenti di La Escondida e Chuquicamata). Stati Uniti, Indonesia, Perù ed Australia seguono come maggiori produttori, ma con quote inferiori al 10% del totale.

Dal 2002 al 2010 la domanda di rame è aumentata rapidamente a causa dell’appetito dell’economia cinese (che consuma un quarto del rame prodotto ogni anno), ma la produzione è aumentata di “solo” 2.500 milioni di tonnellate (registrando un +18%), contro un aumento del prezzo (in US$ costanti del 1998) del 268%, segno inequivocabile del fatto che negli ultimi dieci anni la domanda è cresciuta più rapidamente dell’offerta.

Se dividiamo il totale delle riserve accertate al 2005 con la produzione di rame del 2010, otteniamo il numero degli anni che ci vorranno (ipotizzando che le variazioni future di produzione e riserve rimangono costanti) ad esaurire le riserve mondiali di rame: 29.

Il rame può però essere riciclato abbastanza facilmente ed inoltre ancorché riutilizzato, il prezioso metallo non diminuisce le proprie caratteristiche di duttilità e conducibilità elettrica. Riciclare il rame è conveniente (occorre circa un sesto dell’energia necessaria per la produzione primaria), motivo per cui circa l’80% di tutto il rame estratto è ancora in uso nella nostra economia. Oltre all’argento (troppo caro), l’alluminio può essere considerato un sostituto del rame, anche se di qualità inferiore.

Rimane però il fatto che tra circa tre decenni avremo probabilmente estratto tutto il rame e questo creerà non pochi problemi alla nostra economia, che si potrebbe considerare fondata sui circuiti elettrici in rame.