La cementificazione selvaggia s’è mangiata 1/3 dei terreni agricoli dell’Italia

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Dal 1961 al 2009, la superficie agricola italiana è diminuita di circa 1/3 (-32%), passando da 20,68 milioni di ettari a 13,9 milioni di ettari, soprattutto a causa dell’inesorabile avanzata del cemento, ovvero di strade e rotonde, grandi opere, aree residenziali e mega centri commerciali, fabbricati e capannoni.

La cementificazione selvaggia del territorio è il prezzo che abbiamo pagato per la crescita economica degli ultimi cinquant’anni, ma anche a causa delle varie infiltrazioni mafiose e dall’opportunità dei vari imprenditori edili di fare lauti guadagni dalle speculazioni sui piani regolatori dei comuni (che peraltro hanno tutto l’interesse per cementificare il territorio a causa del perverso meccanismo degli oneri di urbanizzazione).

Il risultato è che ora ci troviamo con un paese sempre più popolato e la quantità di terreno agricolo per abitante è passato dagli 0,41 ettari del 1961 agli 0,23 ettari (ovvero 2.300 metri!) del 2009. Si tratta di una flessione del 43% che rende il paese sempre più pericolosamente dipendente dalle importazioni estere di cibo.

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Col nuovo millennio i paesi in via di sviluppo hanno affermato il proprio ruolo di inquinatori

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Osservando la serie storica delle emissioni di CO2 per fasce di reddito notiamo che fino ai primi anni Settanta, i paesi a reddito alto rappresentavano quasi i 2/3 del totale delle emissioni di anidride carbonica del mondo, ma poi, hanno cominciato a veder calare la loro quota a favore dei paesi a reddito medio-alto (ad esempio la Cina) e medio-basso (ad esempio l’India), che iniziavano a sperimentare lo sviluppo e quindi la crescita economica.

Dal 2000 i paesi a reddito medio-alto hanno iniziato ad aumentare la propria quota di emissioni di anidride carbonica soprattutto grazie all’imponente crescita cinese, per arrivare ad una percentuale di emissioni di CO2 più o meno pari a quella dei paesi a reddito alto (40% contro 41% nel 2008, ma sicuramente già superata ora). Ma occorre comunque notare che analizzando le emissioni di anidride carbonica pro-capite, sono i paesi ricchi sono quelli che inquinano di più (in rapporto alla popolazione).

Ecco quali sono i primi dieci paesi per surplus e deficit pro-capite di capacità biologica

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La capacità biologica pro-capite è un indice che è stato calcolato dagli scienziati che hanno creato il concetto di impronta ecologica, ovvero la quantità di spazio bioproduttivo, cioé di campi, foreste e zone pescose di un determinato paese al netto dei consumi interni.

In questa particolare classifica, troviamo al primo posto il Gabon (con 26,9 ettari di surplus di capacità biologica disponibile per ogni suo abitante), al secondo posto la Bolivia (15,8 ettari a testa) e il Congo (11,1 ettari a testa) al terzo posto. In linea teorica questi paesi, dato il territorio in cui vivono e l’impatto della propria popolazione, avrebbero ancora un ampio margine di sfruttamento del territorio. Ai primi posti troviamo anche grandi paesi come Canada, Australia e Brasile.

I paesi con il più alto deficit pro-capite di spazio bioproduttivo sono invece i piccoli paesi del Golfo Persico (Qatar, Kuwait, E.A.U.) produttori di petrolio, ma anche piccoli paesi come Singapore, Belgio o Paesi BAssi. Questi paesi dovrebbero ridurre la propria impronta ecologica pro-capite, perché stanno scaricando sul resto del pianeta il proprio impatto ambientale, in termini di consumo di risorse naturali.

Negli ultimi 50 anni, ogni abitante del pianeta ha visto diminuire del 78% la superificie bioproduttiva a disposizione

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L’impronta ecologica pro-capite (un indicatore, che permette di calcolare l’utilizzo di risorse da parte degli uomini rispetto alla capacità del nostro pianeta di rigenerarle) si è mantenuta più o meno stabile negli ultimi cinquant’anni (intorno ai 2,7 ettari globali per persona), mentre è diminuita la capacità biologica disponibile per ogni abitante del nostro pianeta: nel 1961 era di 3,2 ettari globali, nel 2008 era 1,8 ettari globali, questo significa che abbiamo assistito a una diminuzione pari al 78% della superficie bioproduttiva in soli quarantasette anni.

Nel mondo, non tutti i paesi hanno la stessa impronta ecologica e questo dipende dai diversi consumi di risorse naturali della propria popolazione (i paesi ricchi ad esempio consumano più energia e quindi necessitano di una maggiore superficie forestale per assorbire l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera) e dalla fortuna o meno di disporre di un buon capitale naturale (in termini di foreste, terreni da coltivare, riserve ittiche, eccetera).

Cina, Stati Uniti, India e Giappone sono i paesi che hanno accumulato i maggiori deficit di capacità biologica pro-capite – cioé hanno fatto ricadere il proprio impatto ambientale sugli altri paesi.

Ecco quali sono i 15 paesi che hanno prelevato la maggior (e minor) quantità d’acqua per abitante

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Considerando il consumo d’acqua pro-capite, troviamo al primo posto il Turkmenistan, che nel 2008 ha effettuato un prelievo d’acqua pari a 5.412 m3 per ogni abitante. Al secondo posto c’è l’Iraq, con un prelievo d’acqua pari a 2.616 m3 per abitante, seguito da Uzbekistan, con un prelievo pari a 2.358 m3 per abitante (l’acqua viene utilizzata per la coltivazione del cotone, la causa del prosciugamento del Lago d’Aral) e Guyana, con 2.222 m3 d’acqua prelevati per ogni abitante.

Fra i quindici paesi che hanno prelevato la minor quantità d’acqua in rapporto al numero di abitanti, troviamo solo paesi africani, con la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda che nel 2008 hanno prelevato solo 12 m3 di acqua per abitante, mentre il Congo Brazzaville ne ha prelevati 14 m3 per abitante. Lo scarso prelievo d’acqua dei paesi dell’Africa Sub-Sahariana dipende in larga parte dalla mancanza di infrastrutture, con un basso prelievo d’acqua per l’irrigazione, pari al 3% del totale dell’acqua rinnovabile della regione.

Quali sono i paesi con la maggior e la minor quantità d’acqua dolce rinnovabile per abitante

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La Guyana Francese è il paese al mondo con la maggior quantità di acqua dolce rinnovabile per abitante, con 580.087 m3 nel 2008. Seguono l’Islanda, con 531.250 m3, la Guyana, con 319.629 m3 e il Suriname, con 232.381 m3.

I paesi che invece dispongono della minor quantità di acqua rinnovabile per abitante sono gli Emirati Arabi Uniti, con 19,97 m3 all’anno per ogni abitante, il Qatar, con 32,97 m3 per abitante, le Bahamas, con 58,31 m3 per abitante e lo Yemen, con 87,31 m3 per abitante.