I paesi più poveri sono anche quelli dove le concentrazioni di PM10 sono più alte

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Dal 1990 al 2008 abbiamo assistito ad una generale diminuzione della concentrazione di particolato (ed in particolare di PM10, ovvero di particolato inferiore ai 10 micron di diametro e in grado di penetrare direttamente nell’apparato respiratorio e provocare notevoli danni alla salute) nelle aree urbanizzate con più di 100.000 abitanti. Questo è dovuto al miglioramento della tecnologia (e in particolare di automobili e autobus) e alla maggior consapevolezza ambientale e quindi a tutte le misure implementate per abbattere le emissioni di PM10 (ad esempio blocchi del traffico, circolazione a targhe alterne, eccetera). 

I paesi del Medio Oriente e del Nord Africa insieme a quelli dell’Asia Meridionale sono quelli dove l’inquinamento è maggiore, mentre Nord America ed Europa quelli dove l’inquinamento è maggiore. Esiste una correlazione negativa tra reddito e livello di PM10.

 

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Sudamerica, Africa Sub-Sahariana, Cina, Russia e USA: ecco dove ci sono le più grandi disuguaglianze

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Per capire il livello di disuguaglianza all’interno di un paese, si considera la distribuzione (percentuale) del reddito di un paese fra la popolazione, che viene divisa in un certo numero di quantili, cioè parti uguali. Quando una piccola parte della popolazione possiede una parte molto consistente del reddito di quel paese, vi sarà molta iniquità, quando invece il reddito viene distribuito fra la popolazione in modo piuttosto omogeneo, vi sarà equità.

Dalla distribuzione del reddito interno del campione dei venti paesi considerati, emerge che i paesi del Sudamerica, dell’Africa Sub-Sahariana, la Cina, il Qatar, la Russia, la Turchia e gli Stati Uniti, presentano le maggiori disuguaglianze interne, con l’indice Gini sopra quota 40.

E’ il Sud Africa il paese con la maggior iniquità interna (fra i 21 considerati), con il 10% della popolazione più ricca che possiede quasi il 60% del reddito prodotto dal paese (nel 2006), mentre il 10% più povero si deve accontentare di solo l’1,07% del reddito prodotto. Anche in Cina (ricordiamo, paese ufficialmente comunista), le disuguaglianze interne rimangono comunque alte: il 10% più ricco possiede il 31,4% del reddito, quello più povero il 2,37%. Gli Stati Uniti – il paese più ricco al mondo -, presentano contrasti interni piuttosto alti: ha un indice Gini pari a 40,81 ed il 10% più ricco detiene quasi un terzo del reddito prodotto dagli Usa, mentre a quello più povero spetta l’1,88% del pil americano (dati del 2000).

Dal campione analizzato, paesi caratterizzati da una buona equità sociale sono invece quelli europei (la Germania ha un indice Gini pari a 28,31, l’Italia al 36,03, la Polonia 34,21, la Spagna al 34,66), alcuni del Medio Oriente e Nord Africa (l’Egitto ha un indice Gini pari a 32,14, l’Iran pari a 38,28), l’Asia Meridionale (l’indice Gini dell’India è 36,8, quello del Pakistan 32,74) e l’Indonesia, con un indice Gini pari a 36,76.

La crescita demografica dei paesi più poveri spinge l’acceleratore sull’aumento dei consumi di legumi

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Con un aumento del consumo annuo pari a 7,3 milioni di tonnellate, i paesi dell’Asia Meridionale e del Sud-Est asiatico sono quelli che hanno maggiormente contribuito all’incremento mondiale del consumo annuo di legumi registrato dal 2000 al 2009 (in aumento del 14,8%). Questi paesi, pesano per il 41% del consumo totale di legumi ed hanno visto incrementare il proprio consumo annuo del 39%. I paesi dell’Africa Sub-Sahariana sono i secondi consumatori di legumi,  con una quota pari al 18% e tra il 2000 ed il 2009 hanno incrementato il consumo annuo di legumi di 2,8 tonnellate (+33% in 9 anni).

I paesi che dal 2000 al 2009 hanno maggiormente incrementato il consumo di legumi, sono paesi a reddito basso e medio-basso e che hanno sperimentato un notevole incremento demografico nel periodo considerato (Africa Sub-Sahariana ed Asia Meridionale e Sud-Est asiatico), mentre nelle regioni più ricche (Europa, Nord America ed Oceania) ed in quelle a reddito medio-alto (Asia Orientale – anche se Giappone e Corea del Sud appartengono però ai paesi sviluppati), è diminuito il consumo annuo di legumi, rispettivamente del 24% e del 14%.

La maggior parte dei legumi sono destinati a diventare cibo senza subire ulteriori trasformazioni (il 70%), mentre il 17% viene destinato alla produzione di mangimi