Il grano è la principale coltura, il mais quello con la maggior resa e la soia quella che ha registrato il maggior incremento dal 2000 al 2010

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E’ il grano la principale coltura del nostro pianeta, con un’estensione pari a 217 milioni di ettari (nel 2010). Seguono mais, con 162 milioni di ettari, riso, con le risaie che occupano 154 milioni di ettari e soia, con 102 milioni di ettari.

Delle prime quindici colture per estensione, la soia è quella che ha maggiormente incrementato la propria estensione tra il 2000 ed il 2010, registrando un incremento del 38%, la superficie destinata alla coltivazione del mais è aumentata del 18%, mentre quella destinata alla produzione di grano è aumentata “solamente” dell’1%. In diminuzione la superficie destinata alla coltivazione dei cereali più poveri come il miglio (-5%) e il sorgo (-1%) e delle patate (-7%).

Il mais è il cereale che garantisce in media il maggior rendimento, con 5,2 tonnellate di prodotto per ettaro, seguito dal riso, con 4,4 tonnellate per Ha e dal grano, con 3 tonnellate per Ha.

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Aumenta la resa, ma diminuisce la superficie destinata alla coltivazione dei cereali

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La superficie mondiale destinata alla produzione di cereali è iniziata a diminuire a partire dall’inizio degli anni Ottanta (il picco venne raggiunto nel 1981, con 726,5 milioni di ettari coltivati a cereali), anche se poi è rincominciata ad aumentare con l’inizio del nuovo millennio (in particolare dal 2002), ma senza raggiungere il picco dell’estensione mondiale del 1981 (nel 2008 sono stati raggiunti i 710,5 milioni di ettari coltivati a cereali).

 

La resa per ettaro dei cereali è costantemente aumentata nel periodo considerato, in parte per il fatto che è via via aumentato il peso del mais rispetto agli altri cereali (che ha una resa maggiore) e in parte perché l’agricoltura industriale, fondata su un enorme utilizzo di energia (a causa della meccanizzazione e dell’impiego di fertilizzanti chimici, oltre che di pesticidi, erbicidi e insetticidi) ha aumentato le rese. C’è poi da considerare i continui miglioramenti sul fronte delle infrastrutture che permettono una migliore irrigazione dei campi.

Negli ultimi 50 anni, ogni abitante del pianeta ha visto diminuire del 78% la superificie bioproduttiva a disposizione

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L’impronta ecologica pro-capite (un indicatore, che permette di calcolare l’utilizzo di risorse da parte degli uomini rispetto alla capacità del nostro pianeta di rigenerarle) si è mantenuta più o meno stabile negli ultimi cinquant’anni (intorno ai 2,7 ettari globali per persona), mentre è diminuita la capacità biologica disponibile per ogni abitante del nostro pianeta: nel 1961 era di 3,2 ettari globali, nel 2008 era 1,8 ettari globali, questo significa che abbiamo assistito a una diminuzione pari al 78% della superficie bioproduttiva in soli quarantasette anni.

Nel mondo, non tutti i paesi hanno la stessa impronta ecologica e questo dipende dai diversi consumi di risorse naturali della propria popolazione (i paesi ricchi ad esempio consumano più energia e quindi necessitano di una maggiore superficie forestale per assorbire l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera) e dalla fortuna o meno di disporre di un buon capitale naturale (in termini di foreste, terreni da coltivare, riserve ittiche, eccetera).

Cina, Stati Uniti, India e Giappone sono i paesi che hanno accumulato i maggiori deficit di capacità biologica pro-capite – cioé hanno fatto ricadere il proprio impatto ambientale sugli altri paesi.