Ecco quali sono le regioni esportatrici e importatrici di latte e derivati

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Oceania (con 18 milioni di tonnellate), Europa Occidentale (con 16 milioni di tonnellate), Europa Orientale (con 5,2 milioni di tonnellate) ed Europa Settentrionale (con 2,8 milioni di tonnellate) sono le principali regioni esportatrici di latte (e prodotti derivati dal latte, in questo caso si considera la materia primaria necessaria alla produzione dei vari prodotti derivati, come formaggi e yogurt).

Europa Meridionale (con 10,2 milioni di tonnellate, tra cui l’Italia), Asia Orientale (con 5,5 milioni di tonnellate), Sud-Est asiatico (con 5,3 milioni di tonnellate), Nord Africa (con quasi 4 milioni di tonnellate) ed America Centrale (con 3,1 milioni di tonnellate) sono i più grandi importatori di latte.

L’Oceania ha un surplus di produzione pari al 213% dei propri consumi, l’Europa Occidentale del 27%, mentre i paesi del Sud-Est asiatico sono quelli maggiormente dipendenti dalle importazioni estere di latte (pari al 57% dei propri consumi interni), seguiti dall’America Caraibica (37% del fabbisogno) e dall’Africa Occidentale (34% del fabbisogno interno).


[1] E prodotti derivati dal latte, in questo caso si considera la materia primaria e non i prodotti derivati.

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La carne viene esportata dalle Americhe per andare a colmare il deficit asiatico

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Sud America (con 7,3 milioni di tonnellate e grandi produttori come Brasile e Argentina), Nord America (con 5,6 milioni di tonnellate e grandi produttori come USA e Canada), Europa Occidentale (con 2,6 milioni di tonnellate e grandi produttori come la Francia) ed Oceania (con 2,3 milioni di tonnellate e grandi produttori come Australia e Nuova Zelanda) sono i maggiori esportatori netti di carne al mondo, mentre Asia Orientale (la regione che consuma più carne al mondo, con paesi come Cina e Giappone ha dovuto importare 4,95 milioni di tonnellate di carne, pari al 6% del fabbisogno interno), Europa Orientale (con 3,2 milioni di tonnellate di carne importata, pari al 17% dei consumi interni), ed Asia Occidentale (con 1,8 milioni di tonnellate di carne importata, pari ad 1/4 del fabbisogno interno) sono le regioni in deficit di produzione di carne.

L’Oceania ha un surplus di produzione pari al 74% del proprio consumo, il Sud America pari al 24%, il Nord America pari al 14%, mentre l’Europa Occidentale pari al 16%. I paesi dell’Africa Centrale e dell’America Caraibica sono quelli con il maggior deficit di produzione di carne (intorno al 30% dei consumi interni).

Commercio di petrolio: deficit e surplus per regioni

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L’Europa (compresi i paesi dell’Europa Centrale (Albania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, ex-Yugoslavia, Ungheria, Polonia, Romania) è la “regione” maggiormente dipendente dall’estero per il petrolio, avendo dovuto ricorrere ad importazioni nette con l’estero per 3.308 milioni di barili di petrolio. Il petrolio diretto all’Europa proviene per il 50% dai paesi dell’ex-URSS (Russia in testa, ma anche Kazakistan e Azerbajigian), per il 21,1% dal Medio Oriente, per il 9,7% dall’Africa Sub-Sahariana e l’8,3% dal Nord Africa.

Gli Stati Uniti – che sono il paese che consuma la maggior quantità di petrolio al mondo –, nel 2011 hanno maturato un saldo netto con l’estero negativo per 3.254 milioni di barili di petrolio. La più grande economia del mondo ha infatti dovuto importare dall’estero quasi la metà (il 47,3%) del petrolio consumato internamente nel 2011, proveniente per il 30,5% da America Latina e Caraibica, per il 24% dal Canada, per il 17,1% dal Medio Oriente e per il 12,2% dall’Africa Sub-Sahariana. Lo sfruttamento del petrolio non convenzionale americano sta portando però a una diminuzione del deficit USA con l’estero.

Anche la Cina – che è il secondo consumatore al mondo di petrolio -, si trova in una situazione analoga a quella degli Usa, avendo (nel 2011) dovuto ricorrere ad importazioni nette per 1.843 milioni di barili di petrolio, pari al 52% del petrolio consumato internamente. La Cina si è approvvigionata (nel 2011) prevalentemente dal Medio Oriente (per il 42% delle importazioni), ma anche dai paesi dell’ex-URSS (per il 14,8%) e dall’Africa Sub-Sahariana (per il 12,9%).

Il Medio Oriente è in assoluto la regione che presenta il maggior surplus netto nel commercio di petrolio, pari a 6.368 milioni di barili.

La Cina ha un enorme deficit di terreni agricoli e da dedicare all’allevamento

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Gli Stati Uniti sono il paese al mondo con le più grandi riserve al mondo di terreno agricolo, con 134 milioni di ettari di surplus, mentre la Cina è il paese con il maggior deficit di terra da coltivare: nel 2008 ha avuto bisogno di ben 201 milioni di ettari al di fuori dei propri confini. Tra i paesi con il maggiore surplus di terreni agricoli seguono l’Argentina, il Brasile e il Canada, mentre tra i paesi con il maggior deficit seguono Giappone, Messico e Corea del Sud.

L’Australia ha il maggior surplus nell’allevamento (109 milioni di ettari), mentre Regno Unito e Cina (con 22 e 21 milioni di ettari) il deficit maggiore.

La Cina e gli USA sono i paesi che hanno maggiormente bisogno dello spazio bioproduttivo al di fuori dei propri confini

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Nel mondo, non tutti i paesi hanno la stessa impronta ecologica e questo dipende dai diversi consumi di risorse naturali della propria popolazione (i paesi ricchi ad esempio consumano più energia e quindi necessitano di una maggiore superficie forestale per assorbire l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera) e dal numero di abitanti. L’impronta ecologica totale, insieme alla fortuna o meno di disporre di un buon capitale naturale (in termini di foreste, terreni da coltivare, mari pescosi, eccetera) andrà a decretare un deficit o surplus netto di spazio bioproduttivo di un paese.

Il Brasile è il più grande creditore al mondo di capacità biologica, con una riserva di 1.282 milioni di “ettari globali” di spazio bioproduttivo non utilizzato dai propri abitanti. Seguono la Russia, con 318 milioni di “ettari globali”, poi Canada, Argentina ed Australia, rispettivamente con una riserva di spazio produttivo di 283, 175 e 170 milioni di “ettari globali”.

La Cina è invece il più grande debitore al mondo di superficie bioproduttiva: nel 2008 ha avuto bisogno di 1.714 milioni di “ettari globali” di superficie al di fuori dei propri confini per mantenere la propria economia in crescita e la più grande popolazione del pianeta. Seguono gli Stati Uniti, che, pur disponendo della terza superficie al mondo più estesa (dopo Russia e Canada) e di una popolazione di poco più di 300 milioni di abitanti, si trovano ad aver un deficit interno di 1.015 milioni di “ettari globali”di  capacità biologica. Al terzo posto troviamo l’India (con un deficit di 461 milioni di “ettari globali”), seguita da Giappone (-453 milioni di “ettari globali”) e Germania (-216 milioni di “ettari globali”). 

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Negli ultimi 50 anni, ogni abitante del pianeta ha visto diminuire del 78% la superificie bioproduttiva a disposizione

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L’impronta ecologica pro-capite (un indicatore, che permette di calcolare l’utilizzo di risorse da parte degli uomini rispetto alla capacità del nostro pianeta di rigenerarle) si è mantenuta più o meno stabile negli ultimi cinquant’anni (intorno ai 2,7 ettari globali per persona), mentre è diminuita la capacità biologica disponibile per ogni abitante del nostro pianeta: nel 1961 era di 3,2 ettari globali, nel 2008 era 1,8 ettari globali, questo significa che abbiamo assistito a una diminuzione pari al 78% della superficie bioproduttiva in soli quarantasette anni.

Nel mondo, non tutti i paesi hanno la stessa impronta ecologica e questo dipende dai diversi consumi di risorse naturali della propria popolazione (i paesi ricchi ad esempio consumano più energia e quindi necessitano di una maggiore superficie forestale per assorbire l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera) e dalla fortuna o meno di disporre di un buon capitale naturale (in termini di foreste, terreni da coltivare, riserve ittiche, eccetera).

Cina, Stati Uniti, India e Giappone sono i paesi che hanno accumulato i maggiori deficit di capacità biologica pro-capite – cioé hanno fatto ricadere il proprio impatto ambientale sugli altri paesi.

Commercio estero: USA ed Europa sono ormai diventati importatori netti mentre Cina e paesi del Medio Oriente esportatori netti

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Gli ultimi vent’anni di commercio estero hanno portato ad alcuni trendi piuttosto chiari: l’aumento del deficit con l’estero del blocco del Nord America (soprattutto grazie all’enorme deficit commerciale USA), pari ad oltre 600 miliardi di dollari nel 2010 e parallelamente ad un forte surplus commerciale accumulato dalla Cina (pari ad oltre 200 miliardi di dollari nel 2010) e soprattutto dai produttori di petrolio e gas naturale, ovvero i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, che con il prezzo del greggio alle stelle, nel 2008 hanno sfiorato i 600 miliardi di dollari di export netto con l’estero.

Da notare che i paesi dell’Unione Europea hanno iniziato ad accumulare un deficit con l’estero a partire dalla prima metà degli anni duemila, forse a causa dell’introduzione della moneta unica in alcuni dei suoi paesi o a causa dell’aumento del prezzo del greggio e per l’entrata della Cina nel WTO. E’ invece resistito il Giappone, mantenendo un export netto positivo nel ventennio considerato.