Ecco la lista di minerali e metalli per cui ci saranno i maggiori rischi di fornitura

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Secondo l’indice Risk List 2011, elaborato dal British Geological Survey, antimonio, metalli del gruppo del platino e mercurio sono i composti chimici più a rischio di fornitura nei prossimi anni, seguiti da tungsteno, terre rare, niobio e stronzio.

Dei sette metalli considerati, soltanto i metalli del gruppo del platino ed il niobio non vedono la Cina come primo produttore. Titanio, alluminio, cromo, ferro e zolfo, sono invece i metalli per cui sussiste il minor rischio di fornitura per i prossimi anni.

La Cina domina la produzione dei minerali e dei metalli del nostro pianeta. Oltre ad essere il principale produttore in termini assoluti, è il primo produttore di 28 dei 52 elementi o gruppi di elementi chimici essenziali per l’economia del pianeta.

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Ecco dove si trovano le riserve mondiali di terre rare

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Secondo geologi e ingegneri che si occupano di terre rare, non esistono sostituti dei 17 elementi chimici che sono alla base della quasi totalità delle applicazioni tencologiche moderne, e inoltre è quasi impossibile il riutilizzo o il riciclo di essi (l’attuale tasso di riciclo di questi minerali è inferiore all’1%).

Anche se non esistono ancora dati precisi sulle riserve mondiali di terre rare, l’USGS stima per i 17 minerali un dato molto ottimistico: 114 milioni di tonnellate. Di questi, il 17% nei paesi facenti parte il CSI (le ex repubbliche sovietiche, senza considerare gli stati baltici) e l’11% negli Stati Uniti

Son ben 27 le materie prime minerarie per cui la Cina è il principale produttore mondiale

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La Cina gioca un ruolo cruciale nella produzione mondiale della maggior parte dei metalli che vengono utilizzati dal nostro sistema economico. Dei 27 minerali e metalli per cui la Cina è il primo produttore al mondo, in ben nove casi ne produce oltre la metà della produzione mondiale (è il caso di tungsteno, antimonio, bismuto, gallio, germanio, terre rare, fluorite, grafite e magnesite).

La Cina è inoltre il secondo produttore al mondo di bauxite (con il 16% del totale), asbesto (18%), bentonite (25%), diatomite (28%), zolfo (16%), il terzo produttore al mondo di argento (con il 13% del totale), di “feldspar “(12%), caolinio (12%), zirconio (12%), il quarto produttore al mondo di titanio (10% della produzione del 2009) e rame (7%) ed infine il quinto produttore al mondo di litio (7% del totale) e “potash” (10% del totale).

Ecco per quali elementi, fra le terre rare, l’offerta non sarà sufficiente nel 2014

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Secondo il British Geological Survey, entro il 2014 l’offerta mondiale di neodimio, disprosio, europio e terbio non basterà a soddisfare la crescente domanda. Questo pone seri rischi alla disponibilità futura di uno fra i minerali più strategici della nostra economia.

Terre rare, indispensabili per le nuove tecnologie ma monopolio della Cina

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Nel 2010 la Cina ha prodotto il 97% dell’intera produzione mondiale di terre rare, non tanto perché riserve di terre rare si trovino solamente in Cina, ma grazie ai bassi costi di produzione (nelle miniere cinesi di terre rare, i diciassette metalli sono in genere più facilmente estraibili che altrove) che impediscono attualmente ad altri paesi di competere (le miniere di terre rare della California – un tempo fra le più produttive – sono state tutte abbandonate intorno agli anni Ottanta).

La Cina ha però imposto nel 2009 alcune misure per limitare l’estrazione e quindi l’esportazione all’estero di terre rare, creando subito forti pressioni sul prezzo di questi importantissimi composti chimici.

L’aumento della domanda mondiale di terre rare – trainata dai consumi dei paesi emergenti (il consumo cinese nel 2010 è stato pari a 70.000 tonnellate, ovvero il 53% del totale) e dalla rapida diffusione delle nuove tecnologie dell’ICT – insieme alle misure decise da Pechino per ridurne la produzione, hanno portato ad un vero e proprio exploit del prezzo di questi metalli.

Dal 2006, anno in cui c’è stato il picco di produzione mondiale di terre rare (pari a 137.00 tonnellate), il prezzo (in dollari costanti) è aumentato in soli quattro anni del 360%, a fronte di un decremento della produzione del 3%